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                                                                                                                                                                Tesi Blues

Screaming Jay Hawkins  
di Guido Sfondrini

Un matto, uno fuso come pochi, ma anche un grandissimo interprete della black music del XX secolo. Uno che ha inventato una forma di spettacolo fatta di teatralità, aggressività, eccessi e ridondanti special effects, ma anche di ironia e capacità espressive di altissimo livello. Sto parlando di Jalacy Hawkins, meglio conosciuto come “Screaming Jay Hawkins”. Nato a Cleveland nel 1929, è stato un grande vocalist, pianista, sassofonista e compositore, ed un frontman di primordine al quale molti interpreti del rock, dagli anni 60 sino ai giorni nostri, si sono certamente ispirati: da Alice Cooper a Lord Sutch, da Arthur Brown ai Cramps, sino, in tempi recenti, a personaggi di dubbio gusto come Marylin Manson.
Jay Hawkins non è stato certo un bluesman nel senso purista del termine, lo si può catalogare come autore di un “insano” mix di Blues, Soul e R‘n’R, con tendenze vagamente schizoidi.
Nella seconda guerra mondiale fece il militare in Aviazione nel Pacifico e, sino al 1949, si dedicò al pugilato con buoni risultati, diventando campione statale dell’Alaska dei pesi medi. Iniziò con il blues più tradizionale e, causa la sua voce particolarmente potente, dimostrò una tendenza da “blues shouter”, nel solco di vocalists come Big Joe Turner e Jimmy Witherspoon. Nei primi anni 50 divenne noto come pianista jazz/r’n’b, accompagnando il chitarrista Tiny Grimes con i Rocking Highlanders, per il quale scrisse il brano "Why did you waste my time", per la Gotham Records, che ottenne un buon successo di vendite. Nel 1956 la svolta. Dopo aver collaborato con l’orchestra di Leroy Kirkland, Hawkins compose e registrò (originariamente per la Grand Records, ma in seguito il brano verrà pubblicato dalla Okeh/Columbia) "I Put A Spell On You". In origine la song era una blues ballad abbastanza tradizionale ma proprio durante la registrazione il caso volle che sia lui che gli altri componenti la band fossero ubriachi fradici. Screaming Jay interpretò la song con inaudita drammaticità, accompagnando il cantato con urla selvagge e un mumbling fatto di colpi di tosse, borborigmi inintelleggibili e versi gutturali… fu un successone! Questo brano sarà considerato una tra le 500 canzoni (al 313° posto per Rolling Stone) che hanno fatto la storia del Rock'n'Roll
; vendette all’epoca più di 1.000.000 di copie ma incredibilmente non arrivò ai primi posti di Billboard e delle R'n’B charts perché, a causa dei suoi impliciti riferimenti sessuali, ne fu vietata la trasmissione per radio in molte zone degli States. Nel 1957 il primo articolo di giornale a lui dedicato, Jay Rock, fu pubblicato dal magazine Rock'n’Roll Stars dell’editore Miller. Nel '58 registrò il suo primo 33 gg.: "At Home With SJ Hawkins" per la Okeh/Columbia e due altri hits minori: "Alligator Wine" (una song di grande successo) e "Frenzy". Dopo il successone di "I Put A Spell On You", il dj Alan Freed offrì a Screaming Jay 300 dollari per uscire da una bara on stage. Lui accettò di buon grado e da allora cominciò ad esibirsi in un atmosfera da film horror con un contorno di magia nera, talismani voodoo, teschi fumanti (il teschio in realtà fumava una sigaretta e si chiamava Henry…), serpenti di gomma, collane di denti di leone (finti…), mantelli da Conte Dracula, zanne da facocero che uscivano dal naso e altre amenità di questo tipo, inventando uno spettacolo unico nel suo genere per quell’epoca e che si portò dietro fino alla fine dei suoi giorni. Qualcuno lo definì una specie di black Vincent Price (il celebre attore americano degli anni 50 sovrano dell'horror) e l’uscita dalla bara all’inizio dei suoi concerti diventerà il suo vero e proprio “marchio di fabbrica”. Ma anche la qualità della musica da lui proposta fu notevole, caratterizzata dal suo pianismo martellante con chiari riferimenti boogie, dalla sua voce potente, dall’incalzante uso dei fiati e da una ritmica ossessiva e tribale. Il suo repertorio era fatto, oltre che dai suoi hits, dalle personalissime covers di brani soul ("Stand By Me" di Ben E.King, "What’d I Say" di Ray Charles) e da classici del blues ("I Don’t Know" di Willie Mabon).
Negli anni 60 e 70, SJ compose e registrò altri brani di successo, come la malata "Constipation Blues, Orange Colored Sky" e la satanica "Feast Of The Mau Mau". Il suo successo fu però parzialmente compromesso dal modo aggressivo e selvaggio di proporre la musica in un periodo in cui la black music voleva mostrare un mood più soft e raffinato, ma anche dall’ondata beat e dal rock psichedelico (che comunque gli tributò molti omaggi e soddisfazioni economiche, con le innumerevoli covers di "I Put A Spell On You". Celeberrime quelle dei Creedence Clearwater Revival, di John Fogerty e di Nina Simone*) e in seguito dal rock anni 70’, con il suo corredo di tecnicismo e virtuosismi spesso eccessivi, certamente lontano dal sound grezzo e spettacolare di uno come SJ. Comunque, la sua popolarità rimase viva, soprattutto in Europa, dove negli anni 70 effettuò molti tours di successo. Registrò altre 5 versioni di "I Put A Spell On You" per altrettante etichette discografiche. Con la fine dei seventies, l’esplosione del punk ed anche per un rinnovato interesse per il Blues, la sua popolarità tornò a crescere e, parallelamente all’attività di musicista, si impegnò nel cinema facendo l’attore con la presenza in "American Hot Wax", bio del dj Alan Freed; nel 1978 e nel ’83 con la colonna sonora di "Stranger Than Paradise" e con una parte in "Mistery Train" di Jim Jarmush. Recitò anche in "Perdita Durango" di Alex Iglesias e "Rage In Harlem" di Bill Duke.
Con gli anni 80, ed il suo ritorno a New York, cominciò a collaborare con la garage band The Fuzztones, con i quali registrò per la Midnight Records l’EP "SJ Hawkins & The Fuzztones Live at Irving Plaza", micidiale e dotato di una feroce carica animalesca. Nel 1986 recitò nel film "Joey" di James Ellison, una storia di r'n’r ed alcoolismo e di personaggi borderline, che sembrava scritta apposta per uno sconvoltone come SJ.
Negli anni 90, continuò ad esercitare un intensa attività live. Il suo carrozzone teatrale voodoo nel frattempo si era arricchito di effetti speciali, luci stroboscopiche, fuochi d’artificio, garantendogli una serie infinita di concerti sold out. Nel '91 registrò l’album "Black Music For White People" con due covers di brani di Tom Waits (un altro che deve qualcosa a SJ…). Una di queste fu utilizzata dalla Levi’s per un suo spot europeo senza chiedere il permesso di Waits e la cosa finì in tribunale!
SJ cantò anche una cover di "Heart Attack and Vine", sempre di Tom Waits, con il quale ottenne un inaspettato successo, arrivando al 42° posto della British Chart dell’epoca. In seguito Hawkins collaborò con la rock band alternativa Dread Zeppelin e andò in tour con Nick Cave ed i Clash (da segnalare che aveva anche aperto concerti dei Rolling Stones e di Fats Domino). Continuò a partecipare a moltissimi rock e blues festival, rimarcando la sua particolare attitudine nel suonare dal vivo. Nel 1999 venne pubblicato il cd "Live at Olympia", eccellente cronaca dei suoi ultimi concerti parigini. Colpito, proprio a Parigi, da un aneurisma cerebrale, ci ha lasciati nel febbraio del 2000.
E’ stato un grande personaggio e uno dei più originali interpreti della black music. Con la sua follia ha influenzato generazioni di rockers e musicisti in tutto il mondo ed ha lasciato alcuni brillanti camei cinematografici dove si può apprezzare la capacità di recitare la parte del maudit senza alcuno sforzo… In un certo senso, lo era realmente.
Si favoleggia che SJH ebbe più di 50 figli e che, vicino alla morte, chiese di essere cremato perché nella vita era stato già in “troppe dannate bare” !!!

"I Put A Spell On You" ebbe anche una cover in Italia, con testo tradotto e adattato da Mogol, cantata da Gianni Pettenati e gli Juniors ed anche da Caterina Caselli con il titolo “Puoi farmi piangere”.

I PUT A SPELL ON YOU 

I put a spell on you
cause you’re mine

You better stop the things you do
I aint lyin
No I aint lyin

You know I cant stand it
Youre runnin around
You know better daddy
I cant stand it cause you put me down

I put a spell on you
Because youre mine
Youre mine

I love ya
I love you
I love you
I love you anyhow
And I dont care
If you dont want me
Im yours right now

You hear me
I put a spell on you
Because youre mine


 

Il Mandolino Blues  di Gianni Franchi

Uno degli strumenti meno conosciuti in ambito blues è il mandolino. Al di là di alcune classiche incisioni di Johnny Young e Yank Rachel, rara è infatti la presenza di tale strumento nel blues classico.
In tempi recenti si può ricordarne l'uso in alcune registrazioni di Taj Mahal, ancora più recentemente di Otis Taylor e della South Memphis String Band (Luther Dickinson, Alvin Youngblood Hart, Jimbo Mathus). Tale strumento, utilizzato nella musica classica e popolare europea e divenuto l'emblema della musica napoletana (ma molto utilizzato anche in Scozia e, soprattutto, in Irlanda), è conosciuto negli Usa principalmente per il suo utilizzo nel bluegrass da parte di uno dei pionieri di questa musica, Bill Monroe.
Con il suo mandolino piatto ideato dalla Gibson, Monroe unisce nella sua musica la tradizione bianca della musica popolare (in special modo irlandese), brani per violino, rags, ballate con alcuni spunti presi proprio da alcuni suonatori neri dello strumento.
Infatti, benchè poco noti, diversi mandolinisti neri, preso in prestito lo strumento probabilmente dagli immigrati italiani ed irlandesi nei primi anni del secolo, si esibivano nelle “string band” composte in genere da violino, mandolino, basso e chitarra/banjo, e nelle jug band.
W.C.Handy, autore di brani classici come "Memphis Blues" e "St. Louis Blues", ricorda nella sua biografia “ Father of the blues” quando, in giro per il Sud con la sua orchestra che suonava musica europea, fu costretto ad interrompere un'esibizione di fronte alle richieste del pubblico di colore che cominciò a chiedergli la “musica di casa nostra”. Handy e la sua Banda furono così costretti a lasciare il palco ad un trio formato proprio da mandolino, chitarra e basso. Il successo del trio che suonava, secondo le orecchie da musicista colto di Handy, una musica ossessiva e sgraziata, sconvolse il compositore.
Ed è questo un preciso riferimento risalente ai primi del 1900 sull'utilizzo del mandolino da parte di suonatori di colore. (Brano citato in “Blues. La musica del diavolo” Giles Oakley ,Shake ed., 2009, pag. 48).
Proprio come il banjo di cui Otis Taylor ha voluto recuperare le radici afroamericane con il suo splendido album “Recapturing the banjo” (Telarc 2008) anche il mandolino vanta quindi una grande tradizione nel blues più antico, ora un po' dimenticata.
Nelle note introduttive del sopracitato CD, a cura di Weissman, si ricorda la presenza del banjo nelle sue varie forme ed in diversi momenti della musica afroamericana: negli Hot Five and Seven di Louis Armstrong, in alcune registrazioni di Jelly Roll Morton, nella musica di Papa Charlie Jackson e Gus Cannon. (per maggiori informazioni www.blackbanjo.com)
Come per il banjo, anche le origini del mandolino blues si perdono nelle nebbia degli albori di questa musica.
Tuttavia alcuni musicisti vengono ancora oggi ricordati dai vari cultori del mandolino blues che, come vedremo, non sono così pochi come si potrebbe pensare.
Un punto di riferimento importante per chi è interessato all'argomento è il libro del mandolinista americano (di chiare origine italiane) Rich Del Grosso “ Mandolin Blues. From Memphis to Maxwell street“ (Hal Leonard).
Nel libro Rich ripercorre le origini del mandolino blues trattando la storia di alcuni dei precursori dello strumento con esempi didattici utilissimi per chi volesse apprendere, oltre la storia, la tecnica dello strumento.
Come afferma Rich, anche se tutti i veri cultori del blues conoscono le registrazioni di Muddy Waters alla Stovall Plantation, sono ben pochi quelli che ricordano le registrazioni, sempre effettuate per la Libreria del Congresso, di Muddy come membro dei Son Simms Four (con Louis Ford al mandolino e voce).
Sempre Rich racconta un divertente aneddoto: quando i Rolling Stones chiamarono Ry Cooder per alcune registrazioni gli chiesero di suonare nella loro versione di “Love in vain” dei licks nello stile mandolinistico di Yank Rachel.
James “Yank” Rachel è stato infatti uno dei mandolinisti blues più conosciuti e registrati nel blues; a lui è stato recentemente dedicato un CD tributo con la presenza di molti mandolinisti americani. (http://www.mandolindy.com/yank).
Yank, che si è esibito con Sleepy John Estes, John Lee "Sonny Boy" Williamson, Washboard Sam, Henry Townsend, e Big Joe Williams, ha composto alcuni famosi blues come “Diving Duck” e “She caught the katy”, resa celebre da Taj Mahal e poi dai Blues Brothers.
James Yank Rachel fu infatti uno dei capostipiti nel mandolino blues, uno dei primi ad elettrificarlo ed a usare accordature diverse (ad esempio, una che gli permetteva di suonare più facilmente in Mi, tonalità amata dai chitarristi blues). Yank morì ad Indianapolis nel 1997 alcuni mesi dopo la sua ultima apparizione pubblica ad un concerto in suo onore organizzato da John Sebastian dei Lovin Spoonful.
Divertente il racconto di come Yank ebbe il suo primo mandolino. Innamoratosi dello strumento di un vicino lo scambiò con un maiale “preso in prestito” dalla fattoria della madre.
Un altro mandolinista già citato della scena blues post bellica fu Johnny Young, spesso presente anche come chitarrista sideman per Sonny Boy Williamson, Muddy Waters, Walter Horton e Otis Spann.
Johnny Young utilizzò il mandolino nei contesti più elettrificati di Chicago Blues, con accordature alternative come quella in DGBE (Re Sol Si Mi). Nato a Vicksburg nel 1917 si trasferì a Chicago negli anno 30 dove visse e lavorò fino al 1974, anno della sua dipartita.
Tra i mandolinisti meno conosciuti, ricordati nel libro di Rich Del grosso e nei numerosi siti dedicati al mandolino, bisogna citare Charlie Mc Coy.
Nato nel Mississippi nel 1909 fu attivo a Memphis sia con il fratello Kansas Joe Mc Coy che come sideman di vari artisti come Tampa Red, Tommy Johnson, Mississippi Sheiks, Memphis Minnie, Georgia Tom.
Altro mandolinista afroamericano fu Howard Armstrong nato nel 1909 nel Tennessee. Multistrumentista, come molti dei musicisti itineranti di inizio secolo, padroneggiava il mandolino il violino e la chitarra. Fin dal 1930 inizia a registrare per la Vocalion il brano “Knox Country Stomp” con un altro grande esponente del mandolino nonché polistrumentista Carl Martin. All'ensemble venne dato dal produttore il nome Tennessee Chocolate Drops . Con Martin alla chitarra e mandolino, e successivamente con Ted Bogan, il trio continuò ad esibirsi negli Usa negli anni 30 arrivando fino a Chicago ed eseguendo un mix di blues, polke, valzer, rags, ballate e canzoni europee imparate dagli immigrati ed altre musiche.
Proprio Armstrong racconta in una intervista ( Blues Access N. 35 - 1998 reperibile sul sito http://www.bluesmandolin.de/page10.html ) che a causa dei suoi frequenti spostamenti per il paese una volta si trovò di fronte un pubblico di soli italiani inizialmente non molto ben disposti verso lui: avevano appena sentito alla radio il match di pugilato in cui il nero Joe Louis aveva sconfitto il gigante italiano Primo Carnera. Tuttavia quando Armstrong iniziò a biascicare il suo “Tennessee italian”e cominciò a suonare tutte le canzoni italiane che conosceva conquistò anche quel pubblico.
Dopo aver girato tutto il paese ed un po' dimenticato dal mondo musicale Howard giunse a Detroit dove lavorò per la Chrysler fino agli anni 70. Riscoperto dal Folk Blues Revival Armstrong, si riunì con Bogan e Martin per alcuni tours e delle registrazioni. Partecipò al documentario sulla sua vita “ Loui Blue” di Terry Zwigoff ed a “Sweet old song” di Leah Mahan . Armstrong fu anche consulente di Quincy Jones per le scene ambientate nei juke joints.del film “ Il colore viola”. Nel 2003, senza mai smettere di suonare, Howard Armstrong ci ha lasciato.
Il suo partner Carl Martin, nato nel 1906 in Virginia, registrò anche in proprio e con Big Bill Broonzy, Tampa Red e Bumble Bee Slim. Eccellente chitarrista e violonista, si esibì in diverse formazioni a Chicago. Tornato dalla guerra si ritirò dalle scene fino alla riunione della fine anni 60 con Bogan ed Armstrong. Morì nel 1979. (Per maggiori notizie LIVING BLUES No. 43 / Summer 1979 riportato anche su http://www.bluesmandolin.de/page11.html intervista di Pete Welding).
Numerosi sono poi i mandolinisti polistrumentisti attivi in string e jug band che per brevità non ho citato ma che si possono trovare in antologie e nei siti dedicati al mandolino.
Non sono pochi i musicisti blues al giorno d'oggi che hanno dedicato parte della loro musica al mandolino blues tra questi vorrei ricordare:
• Rich Del Grosso con il Cd “ Get Your Nose Outta My Bizness”, già citato autore del libro sul mandolino blues
• Gerry Hundt, autore di “ Since way back” nonchè polistrumentista e mandolinista nella band di Nick Moss a Chicago
• Billy Flynn con il divertente “ Chicago Blues Mandolin”,
• Alvin Youngblood Hart con “Down in the Alley”
• Bert Deivert con “Takin' Sam's Advice”.
Per chiudere non poteva mancare un accenno all'Italia ed una chiacchierata con un valido esponente del mandolino blues nel nostro paese, Lino Muoio, componente dei Blues Stuff ed artista in proprio. Vi rimando per maggiori informazioni su di lui all'intervista di Amedeo Zittano proprio qui, su Spaghetti & Blues.
Ho iniziato chiedendo a Lino qualche notizia sul Cd che sta preparando, dedicato proprio al mandolino blues...
LM: “Il cd è un omaggio a quella che è stata la mia esperienza del mandolino blues. in particolare ho avuto modo di suonare con gli Hot Tuna e Barry Mitterhoff... e lì mi si è aperto un mondo. Ho iniziato, come ti dicevo, da Sam Bush, poi Grisman e poi quelli più blues in particolare, anche perchè più vicini a quello che suono con i Blue Stuff.
Così ho arrangiato i brani storici dei Blue Stuff con il mandolino (tipo Fuje pascalì o L'acqua è poca) e da lì ho iniziato a suonarlo regolarmente ..”
GF: Come hai avuto l'occasione di incontrare gli Hot Tuna ?
LM: “Con gli Hot Tuna abbiamo suonato ad un festival in Sicilia, il Summertime blues festival ad Alcamo. Noi abbiamo aperto il loro concerto e abbiamo suonato assieme... la dedica di Mitterhoff sul mio mandolino è una cosa preziosissima che conservo gelosamente”
GF: “ Raccontami qualcosa sui brani che stai preparando per il CD...”
LM: “ Sei sono miei e sei le cover, un "omaggio" ai maestri del blues...
Tra gli artisti delle cover ci sono ovviamente Yank Rachell, “Whatcha doin?” (versione con Sleepy John Estes), e Carl Martin, “Grave digger Blues“, poi c'è “You may leave but this will bring you back” della Memphis jug band e “Mandolin rock” di Johnny Young.
GF: “ E' stato difficile reperire e scegliere i brani originali di questi mandolinisti?
LM: “ Il brano di Yank è stato difficile da selezionare perchè non volevo cadere nelle solite (banali) scelte... guarda non è stato semplice ma quando hai la voglia e la passione ci riesci.
Io ci sono arrivato leggendo la biografia di Yank, poi seguendo il percorso di Rich Del Grosso ed infine studiando le discografie. I dischi fisicamente li ho presi tutti negli Usa.”
GF: “ A proposito di Yank, ho letto che usava accordature particolari per suonare in Mi con i chitarristi, le hai mai provate?
LM: “Si ed ho provato anche quella di Bill Monroe con i bassi differenti ma non mi sono trovato molto... preferisco quella tradizionale... a proposito, Yank l'accordava un tono e mezzo sotto per suonare in Mi”
( Nota: il mandolino classico è accordato come il violino MI LA RE SOL partendo dalla corda più acuta a quella più bassa, forse anche per questo molti dei primi mandolinisti suonavano entrambe gli strumenti)
GF: “ Qualche altro nome di mandolinisti che ti hanno influenzato? “
LM: “ Coley Jones (Dallas String Band), Phebel Wright ed il grandissimo Charlie McCoy
GF: “ Confesso che Phebel Wright non lo ho mai sentito nominare...”
LM: “Allora procurati un disco che si chiama “Vintage mandolin music” c'è un brano, “Lint Head Stomp”, di questo mandolinista praticamente sconosciuto che mi ha fulminato!“
GF: “Ora ti faccio una domanda difficile: il mandolino è sicuramente uno strumento che noi italiani abbiamo, se non nel cuore, almeno nelle orecchie, soprattutto a Napoli. In che modo ha influito la tradizione napoletana sul tuo modo di suonare?
LM: “ Bella domanda... la risposta è a mio avviso "la melodia". Il mandolino non è "tanto" uno strumento ritmico ma piuttosto un "colore" con cui puoi suonare bene dalle melodie napoletane alle melodie del mandolino nella tradizione irlandese.
GF:”Bella risposta... Pensi sia possibile che, in qualche maniera, la tradizione napoletana attraverso gli immigrati sia passata agli afroamericani?
LM: “Direi di si anche se la tradizione del mandolino negli Usa si sviluppa prevalentemente sulla base irish… anche se il discorso ovviamente si complica e non vorrei essere riduttivo. Ad ogni modo, il mandolino era uno strumento "semplice" come la chitarra e il banjo per i bianchi quindi necessariamente collegava le persone "semplici" come potevano essere gli immigrati irlandesi o italiani e gli schiavi del sud... ovviamente non mi permetto di generalizzare su queste questioni... ho troppi libri sull'argomento per sintetizzare così… ehhehhe (risata)”
GF:” Ok, raccontami qualcosa ancora sul CD , sui brani originali e alcuni strumentisti coinvolti”
LM: “Il Cd è composto da brani strumentali e cantati, i primi sono ripescati dal mio primo CD e riarrangiati con mandolino mentre quelli cantati sono – diciamo – nuovi, ed ho scritto anche i testi in inglese perchè l'italiano proprio non mi piace… ehhehhe... li canta Guido Migliaro, ex Blue Stuff.”
Con questa piacevole chiacchierata si conclude il nostro incontro con il mandolino, in cui inevitabilmente, per dovere di sintesi, ho dovuto tralasciare diversi nomi ed aspetti dello strumento e sintetizzare storie molto dense di avvenimenti. Di questo mi scuso invitando tutti gli appassionati a portare il loro contributo all'argomento.
..

!!! Abbiamo ricevuto e pubblichiamo con orgoglio la seguente e-mail dal grande Rich Del Grosso:

"Cari signori,
Ho apprezzato l'articolo dal Gianni Franchi sugli Mandolin Blues! Eccelente!
Lo voglio sapere che sia in Italia questo agosto; suonaro agli festa di Blues a Popoli il 12 agosto, ed insegnaro il Blues al Accademia Internazionale del Mandolino Italiano in Savonna fra 22 agosta al fine del settimana. Ho famiglia in Abruzzo; in San Benedetto dei Marsi e Avezzano.
Forse possiamo incontrarci un momento mentre sono nel paese?
Auguri!

Rich DelGrosso
Houston Texas, USA




“Anche a Buddha piace il Blues”
(Mauro Righi - Perrone Lab, 2010)  di Amedeo Zittano

Mauro Righi, classe ’74, nato in una periferica Milano tutt’altro che da bere, pubblica il primo dei suoi romanzi che aveva iniziato a scrivere nella seconda metà degli anni ’90 anche se, ad onor del vero, non è il suo primo lavoro letterario; “sulla strada” (giusto per parafrasare Jack Kerouac, uno dei suoi autori preferiti), ha scritto altri romanzi e un gran numero di poesie e racconti.
Nel 2005 Mauro fonda insieme ad amici attori, poeti e musicisti, gli O.P.M. (Organismi Poeticamente Modificati), un laboratorio che ancora oggi propone performance poetico musicali dal sapore provocatorio, come lo stesso nome suggerisce.
Il Righi è un artista completo in quanto non si cimenta solo in letteratura, musica e teatro, ma, giusto per concludere il suo “quadro”, è anche pittore (ma ovviamente per vivere in Italia fa tutt’altro lavoro…).
Il titolo e la copertina non rappresentano soltanto una brillante scelta di marketing (con il solo obbiettivo di catturare l’attenzione tra gli scaffali di una libreria o tra le pagine del web), “Anche a Buddha piace il Blues” mantiene infatti la promessa del contenuto assumendo così un ruolo da “trampolino” che permette al lettore di tuffarsi nelle profondità, se pur in chiave moderna, del pensiero filosofico dell’autore.
Ovviamente non vi anticipo la storia se non solo per alcuni particolari come la premessa, che sottolinea in modo scrupoloso (forse troppo) che tutti i fatti e i nomi sono inventati e puramente casuali… un caso? Beh, se l’obbiettivo era quello di lasciare il dubbio, nel mio caso è stato raggiunto in pieno perché, vi assicuro, il racconto rispecchia (almeno in parte) la storia che si cela nell’anima di tutti noi (musicisti di blues e non) e che, tranne in qualche rara eccezione, nessuno ha il coraggio di ammettere sino in fondo.
Un bluesman di periferia, il protagonista, incontra una cantante affascinante ed eccitante; un viaggio dove la partenza, incastonata in una Milano tanto squallida quanto adorabile, è solo un dettaglio che non si sa bene dove condurrà, ma che lascia chiaramente intendere che l’importante non è il traguardo ma il percorso intrapreso per raggiungerlo.
Il racconto è narrato in prima persona, Mauro intreccia sapientemente passione, erotismo, molto Blues, New Age. In alcuni versi assume toni satirici e dissacranti, come fossero confidenze tra amici al bar (magari sorseggiando una doppio malto fresca).
Il linguaggio è essenziale, poeticamente aspro e arricchito di strategici particolari che sembrano quasi voler esorcizzare ad arte una solitudine non necessariamente triste, non necessariamente negativa, proprio come Buddha a cui, ora ne siamo certi, piace il Blues...
Nell’ultima parte del libro, una sorta di “guida all’ascolto” suggerisce la colonna sonora ideale per questa lettura, rigorosamente blues!

 

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Invitiamo coloro che hanno realizzato una tesi di laurea avente come oggetto il Blues, ad inviarcela da qui per la pubblicazione sul sito.

 

 

 


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