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Louisiana Red
(Velletri, 27/8/2010) di Gianni
Franchi
L'anno scorso vi avevo parlato di alcuni “piccoli grandi” blues festival del
Lazio ed in particolare di quello a Carpineto, il Lepini Blues Festival, e della
serata dei Blue Stuff.
Quest'anno, complice il caldo asfissiante di Roma e l'occasione di vedere un
grande bluesman americano in azione, il vostro bluespaghetti inviato si è recato
a Velletri , città vicino Roma, per assistere all'omonimo blues festival.
Il 27 agosto è di scena Louisiana Red, preceduto dal Delta River Blues Duo,
nella piazza antistante il Municipio cittadino.
Anche
questo festival si deve alla passione e all'impegno di alcuni appassionati che
tra mille difficoltà riescono a creare uno spazio per la nostra musica.
Particolare sensibilità si deve a Leonardo e consorte dell'associazione “Zona
franca” per l'abbinamento delle serate di blues ad iniziative a favore di
associazioni di volontariato sociale.
Quest'anno infatti viene concesso spazio, sia sui depliant che nell'area
spettacoli, alla fondazione Viviane , organizzazione italo congolese non
governativa che cerca di aiutare i bambini disabili nel
Congo.(www.icinquepani.it)
Aprono la serata Alex Cipollari (chitarra e voce) e Costantino Raponi (armonica)
ovvero il Delta River Blues Duo. I due giovani musicisti eseguono con perizia e
passione un repertorio di country blues molto apprezzato dal pubblico presente,
attento e caloroso.
Tra brani di Robert Johnson, Mississippi John Hurt, Leadbelly (una bella
“Midnight special”), segnaliamo un omaggio a Janis Joplin, accolto da una
ovazione dal pubblico presente, un riarrangiamento per chitarra ed armonica del
famoso brano vocale “Mercedes Benz”, un classico della cantante americana.
Molto bella anche una canzone composta dal duo e dedicata a New Orleans
sconvolta dall'uragano Katrina.
Entrambi i musicisti evidenziano una notevole padronanza dello stile, buon
feeling e la giusta dose di umiltà nell'affrontare il repertorio di alcuni
“mostri sacri” del blues.
Un duo da tenere d'occhio!
Dopo
qualche minuto si prepara ad entare in scena Louisiana Red, musicista che ormai
sembra essere di casa nella nostra zona soprattutto per le frequenti apparizioni
al Big Mama di Roma.
Il bluesman è accompagnata per l'occasione dalla band di Mike Sponza,
chitarrista triestino, ma decide all'ultimo minuto, da vero bluesman, di voler
iniziare il suo set da solo con la chitarra acustica, pur non avendo tale
strumento con sé!!!
Gli viene prontamente in soccorso Alex Cipollari fornendogli volentieri la sua
chitarra.
Così Louisiana Red inizia seduto il suo set , ma la mia prima impressione è che
non sia a proprio agio.
La sua è una tecnica molto rude ed efficace ma probabilmente ha bisogno della
sua chitarra abituale per esprimersi al meglio.
Così, le note del primo brano acustico all'improvviso si interrompono ed il
bluesman inizia a parlare spiegando cosa è per lui il blues regalandoci i primi
brividi della serata.
Racconta brevemente della sua vita in orfanotrofio e della sua conoscenza
diretta di cosa sia il dolore: “ Per me il blues non è solo musica - dice il
musicista – il blues è la mia vita”. Interviene a questo punto il chitarrista
Mike Sponza traducendo al pubblico le parole del bluesman e raccontando
dell'iniziative che Lousiana Red con la moglie sta affrontando per aiutare, con
una parte dei proventi della sua musica, un orfanotrofio in Africa .
Dopo un altro brano acustico parte il concerto elettrico con il supporto di Mike
Sponza (chitarra elettrica) , Mauro Tolot ( basso elettrico) e Moreno Buttinar
(batteria).
Il
concerto pian piano si scalda con Louisiana Red che , come è usanza di alcuni
bluesmen americani, inizia e finisce i brani senza alcun preavviso per la band
che però lo riesce sempre a seguire al meglio.
Una volta un armonicista americano mi disse che lui preferiva tenere sempre in
tensione la band senza mai rivelargli prima quello che avrebbe suonato perchè
così avrebbero reso al meglio , più concentrati. D'altronde il blues è prima di
tutto “roba loro” e bisogna dargli retta!
Quando poi Louisiana tira fuori il suo “collo di bottiglia” ed inizia a farlo
scivolare sulle corde, il suo sound diventa ancora più incandescente portandoci
improvvisamente nel Delta del Mississippi.
I suoi omaggi a Muddy Waters, citato più volte , sono senza eguali; il sound che
scaturisce dalla sua personale e poco educata tecnica slide è vibrante e pieno
di passione. Ogni nota sporca della sua chitarra trasuda di vero blues. E la
band lo segue e lo accompagna con perizia e passione in ogni suo blues senza mai
sovrastarlo, ma aiutandolo ad esprimersi al meglio.
Per chiudere la serata Louisiana Red vuole sul palco anche i musicisti che hanno
aperto il concerto dando così a Costantino ed Alex la sua benedizione e
l'occasione di esibirsi con lui e la band.
In conclusione, una splendida serata di blues, in una bella cornice, con un
pubblico molto attento, e legata ad importanti iniziative sociali... Magari ce
ne fossero di più di concerti così!!!
Son Of Dave
(5/12/2009, Bluestone - Napoli)
a cura di Max Pieri
Era un pezzo
che aspettavo un’occasione del
genere e alla fine si è concretizzata in una delle prime serate veramente fredde
di quest’autunno. Un manipolo di audaci... giungiamo a Napoli e superiamo - non
senza difficoltà - gli ostacoli del traffico e del parcheggio nella “movida” di
via Caracciolo. Quindi ci avviamo a piedi alla volta di via Alabardieri dove si
trova il Bluestone, un vecchio cinema riattato a lounge bar e ristorante.
Sono le 22,30 ed il concerto è già cominciato. Sul palco, illuminata da un
“occhio di bue”, si staglia la figura di Benjamin Darvill da Winnipeg (Canada).
Dal 1999 è il promotore del progetto Son Of Dave, una delle novità più curiose e
stimolanti del panorama blues internazionale. Si tratta di una “one man band” di
gran classe, solida e con già quattro dischi alle spalle. Abbigliato con una
vestaglia rossa sopra un completo patchwork, il nostro beniamino sembra Jim
Carrey nei panni di The Mask. Ma non è qui per salvare il mondo dai cattivi.
Piuttosto per raccontarlo alla sua maniera, suonando il blues come nessun altro:
un misto di swamp, beat box, folk e funk. Se c’è qualcuno che può veramente
aggiungere
nuove pagine alla storia del blues, uno di questi è certamente Son Of
Dave. Il pubblico è piuttosto disattento. Quasi tutti sono lì per cenare, anche
un po’ infastiditi per non poter ascoltare il consueto sottofondo “jass”. Il
signor Benjamin Darvill, dopo qualche tentativo per scuotere l’indifferenza
della sala, torna ad armeggiare intorno ai pedali e a stantuffare nelle
armoniche. Stratifica con sapienza pattern ritmici, harp licks e linee di basso.
I loops - creati all’istante - entrano ed escono dai brani con la tipica tecnica
dei rappers. Vengono sostenuti dallo stomp del piede sinistro, da tamburelli,
rattle o shakere suonati contemporaneamente al canto o all’armonica. Ho
difficoltà a stare fermo di fronte a tanta solidità e varietà di groove. Non
riesco proprio a comprendere i silenzi stranianti della maggioranza del pubblico
alla fine dei brani. Siamo solo in 4 o 5 a sbraitare sotto al palco, anche
piuttosto imbarazzati! Ho la conferma definitiva che ci stiamo trasformando in
un pubblico televisivo, bisognosi di applausi o fischi pre-registrati per
suscitare reazioni nei nostri elettroencefalogrammi! Son Of Dave infila uno
dietro l’altro i suoi blues. Ormai sono diventati dei piccoli classici: Lover
Not Fighter, Hellhound, Low Rider, e una bellissima versione di Devil Take My
Soul. Il suono è affilato e avvolgente. Il canto, profondo e introspettivo, si
lancia a volte in falsetti aciduli. Nonostante la sua solitudine, la performance
non ha un attimo di cedimento. Dopo una versione impressionante di Rollin’ and
Tumblin’, ci lascia attoniti con San Francisco, un brano onirico e intenso che
si chiude con l’impronta di James Cotton sull’armonica, lasciate in loop a
dondolare sulla baia di Napoli.
Quando vado a stringergli la mano e a complimentarmi con lui, mi dice che è
stata una bellissima serata. So che ha mentito sapendo di mentire, ma grazie lo
stesso Ben! Grazie di lasciarci le tue belle storie! Grazie anche a nome di
quegli appassionati, soprattutto musicisti, che incontrerò domani e sentirò di
nuovo piagnucolare che non ci sono spazi per il blues. Chiederò loro dov’erano
stasera!
Milano Guitar festival 2009
a cura di Leandro Diana
Joe Bonamassa 14 novembre
Da vero e proprio malato di blues, rock e chitarre, non potevo certo mancare
all’appuntamento di quest’anno con il Milano Guitar Festival.
Così
il 16 novembre ho fatto un salto al Teatro Ciak con l’intento di godermi un bel
concerto di rock/blues chitarristico, ma soprattutto con l’obbiettivo segreto di
provare a decifrare il “fenomeno Joe Bonamassa”.
Ex bambino prodigio della chitarra blues/rock, allievo dell’indimenticato Danny
“Master of the Telecaster” Gatton e protetto, nientemeno che, di Sua Maestà
Riley (B.B.) King, Joe Bonamassa è oggi un solista affermato: se, anche negli
States, non sono poi molti i trentenni che possono festeggiare i vent’anni di
attività da musicista professionista, in Italia uno col suo curriculum somiglia
più a un alieno che ad un chitarrista.
Con queste premesse, e visto che a ‘sto giro il nostro non ha rilasciato
interviste, ho fatto in modo da non mancare all’incontro che il biondo
chitarrista newyorchese ha tenuto con gli allievi di una scuola di musica nella
patria del Trap, in quel di Cusano Milanino. E lì, ancor prima ed ancor più che
al concerto (di cui dirò tra un attimo) ho avuto la prima rivelazione: il
ragazzino prodigio che a 9 anni conosceva a memoria l’intero repertorio di
Stevie Ray Vaughan, e che a 12 anni B.B. King ospitava sul suo palco, è bello
che cresciuto; lo dimostrano i racconti d’esperienza e maturità umana e
professionale che Bonamassa ha dispensato ai ragazzi presenti: sulla
testardaggine e l’autostima necessarie a superare i mille “no” che si incontrano
sulla propria strada; sulla “rivelazione” che lavorare nel music business non è
poi tanto diverso dal lavorare in qualunque altro posto; sulla necessità di
imparare a masticare, oltre che scale ed accordi, anche qualche rudimento su
come girano gli affari, altrimenti non si va da nessuna parte, perché i ragazzi
della band, l’albergo, l’affitto, le bollette, la spesa e la cena con la
fidanzata, devi pagarli anche se sei una rockstar…
Infine il buon Joe ha sottolineato la necessità di non adagiarsi mai sul
successo già ottenuto, perché è proprio in quel momento che da dietro l’angolo
sbuca quello più giovane, più alla moda, più bravo e più simpatico, pronto a
soffiarti via tutto quello per cui hai lavorato duramente; e, soprattutto, si è
soffermato sul rispetto dovuto a chi compra un tuo disco o assiste ad un tuo
concerto, perché questi non
firma
nessun contratto con cui si impegna a comprare tutti i dischi che pubblicherai,
né a venire ad ogni tuo concerto di lì in poi….: ogni cd venduto è una persona
in più da “coccolare” e da rispettare con un lavoro sempre più attento, serio e
duro.
Tuttavia, Bonamassa ha tenuto a concludere incoraggiando il giovane uditorio a
giocare le proprie carte con fiducia, perché se ce l’ha fatta lui, che si è
autodefinito “un Joe newyorchese come tanti altri”, possono farcela davvero
tutti.
Detto questo, c’è il tempo di scattare qualche foto, firmare qualche autografo e
improvvisare un duetto tra l’acustica del nostro e l’armonica del buon vecchio
Fabio Treves, presente all’incontro, sulle note di “Further on up the road”, in
apertura della quale, non senza una piccola nota d’orgoglio, Bonamassa racconta
che l’ultima volta che aveva suonato quella canzone c’era Eric Clapton con lui
sul palco della Royal Albert Hall…
Qualche ora dopo, un po’ stanco ma puntualissimo, Bonamassa si presenta sul
palco del Ciak in impeccabile abito nero, camicia a righe e gli immancabili
occhiali da sole, salutando il pubblico presente (il teatro tenda è pieno) con
l’arpeggio di “Ballad of Joe Henry”, opener e title track della più recente
prova discografica in studio, cui si sovrappone presto la ritmica possente di
Carmine Rojas e Bogie Bowles, rispettivamente basso e batteria, e le
orchestrazioni, alternate all’hammond, di Rick Melick.
Il concerto procede ottimamente, ma senza particolari sussulti, tra lentissime
ma muscolari ballate in minore alla Gary Moore (“If heartaches were nickels”,
“So many roads”, “The great flood”) e adrenaliniche impennate elettriche (“Last
kiss”, “Lonesome road blues”),
passando per i suoi classici (“So it’s like that”,
“Bridge to better days” ed una “Ball peen hammer”
suonata con un’elettrica a doppio manico); la lunga “Sloe gin” (ripescata
dall’oscuro album d’esordio del grande attore Tim Curry, a firma degli
insospettabili Bob Ezrin e Michael Kamen) e l’energica “Just got paid” che
chiude la scaletta, ma non senza prima omaggiare i suoi eroi del british
rock-blues con le cover di “Further on up the road” e “Had to cry today”.
D’altra parte Bonamassa non ha mai fatto mistero di aver sempre preferito
l’energia del british blues alla veracità del tradizionale blues americano, e
gli assoli di Peter Green ed Eric Clapton a quelli di Hubert Sumlin e T-Bone
Walker.
Rimane, forse, da lavorare ancora un po’ sulla padronanza delle corde vocali, di
cui a volte Bonamassa pare perdere il controllo, soprattutto nei passaggi più
dinamici, quando cerca di controllare e rendere “vellutato” il vocione che si
ritrova.
Nel complesso, un gran bel concerto, ricco di energia, belle canzoni, ottimi
suoni di chitarra (con una invidiabile carrellata di Gibson, dalle varie Les
Paul fino alla Flying V del finale, passando per Music Man e alcuni strumenti di
liuteria; il tutto attraverso pochi pedali e poi dentro un quartetto di testate
“boutique” dai nomi impronunciabili, come Category 5 e Van Weelden); con una
band certamente di ottimo livello (lievemente in ombra solo il bassista, poco
presente nel mix generale, forse per via della particolare acustica del teatro
tenda); il tutto sapientemente orchestrato da un artista che dimostra di
maturare disco dopo disco, tour dopo tour, superando, ad avviso di chi scrive,
alcuni dei suoi maestri quanto ad espressività, creatività e songwriting.
Unico grande assente: il profumo del Mississippi. Ma, per stavolta, è assente
giustificato...
Peter Green 19 novembre
Andare a vedere un concerto di Peter
Green è un po’ come andare a trovare quel vecchio zio un po’ rimbambito, ma
che racconta un
sacco di storie affascinanti di tanto tempo fa: “dai, zio Peter,
raccontami di quella volta che Eric Clapton non poteva suonare e John Mayall
chiamò te per sostituirlo!”… “o di quella volta che ti chiudesti in uno studio
con qualche amico e venne fuori «End of the game»”…”dai, zio, raccontami di
quando hai sentito alla radio Carlos Santana suonare la tua «Black magic woman»
e portarla in testa a tutte le classifiche!”… E ogni volta non sai bene cosa
aspettarti, perché dicono che lo zio non sia stato bene, che è meglio non fare
domande inopportune, che è bene non aspettarsi niente di che, perché ormai è
vecchio, etc.…
Poi arrivi alla Salumeria della Musica di Milano, e sul palco trovi una band di
sconosciuti, ma bravissimi musicisti (che, in realtà, sembrano un po’ dei
ragionieri inglesi dopo qualche birra al pub) con questo anziano signore
appollaiato su uno sgabello alla destra del palco, con in faccia un sorriso
gentile ed in mano un’improbabile Hofner semiacustica modello “335” (anch’essa
uscita da chissà quale pawn shop della Swingin’ London dei tempi che furono, o
portata in UK direttamente dai Beatles di ritorno da Amburgo!), che con tutta
calma, come vincendo un moto di timidezza, inizia un giro blues e già dopo 30
secondi ti stende con una “Key to the highway” paciosa ed imperiosa allo stesso
tempo… prima che il pubblico possa riprendersi, continua con “Blues don’t change”,
“Sweet Marie” e “Off the hook”, arrivando a una “When lights go out” dal sound
che sembra uscito da un vecchio 78 giri, di una fumossissima “Guess I’m a fool”
da night club, e poi “Steal your heart”, una “Can’t stop loving you” (non è
quella di Don Gibson portata al successo da Ray Charles) in cui per lo slide
tira fuori una Epiphone Granada del ’66, passando per una bella versione di “Oh
pretty woman”.
Ci sono dentro quasi gli stili del blues, filtrati attraverso una sensibilità ed
un suono tipicamente britannici, ma vivi e frizzanti: durante le quasi due ore
di concerto non si sente mai puzza di muffa; sempre di più, man mano che la
scaletta
scorre, stupisce la scioltezza con cui Peter Green ancora suona la chitarra:
altro che vecchio zio un po’ rimbambito! La dolcezza della voce (appena
sussurrata ai limiti dell’udibile, anche durante una “Oh well” sempre bella
tosta) fa il paio con un suono di chitarra morbidissimo (complice, forse un
modernissimo Fender Prosonic Amp), e fin qui tutto è in linea con l‘aria paciosa
e sorridente
di Green. Ma quello che stupisce sono la padronanza con cui il
nostro vecchio zio suona anche le parti di chitarra
più elaborate, rendendo tutto apparentemente così semplice…
“Oh well” è unita ad “Albatross” in un medley glorioso, ma senza tempo per
fermarsi a contemplare con nostalgia i bei vecchi tempi andati, perché si
riparte subito con una torrida versione di “Stranger blues”, caratterizzata da
quella ritmica con cui solo i batteristi britannici riescono ad accompagnare il
blues…
La scaletta si chiude con altri due pezzi da novanta: “The thrill is gone” e
“The stumble”, in cui le dita del nostro volano per la tastiera con quei suoi
fraseggi dal sapore un po’ country, dimostrando ancora una volta una maestria
che in molti credevano perduta, e che oggi, al contrario, fa il paio con una
vivacità che a volte ricorda il BB King più giocherellone….
Fine scaletta e pochi minuti di stop, ma valvole ancora calde, perché si torna
sul palco con una scanzonata “Sitting in the rain”, per poi chiudere in bellezza
con l’immancabile “Black magic woman”.
Stavolta i saluti sono veri, e Peter Green lascia il palco della Salumeria tra i
calorosi applausi di un pubblico entusiasta, consapevole non solo di aver appena
visto suonare una leggenda vivente, ma anche di aver riscoperto come “attuale”
un chitarrista che in tanti credevano ormai bollito da eccessi e problemi
personali di ogni sorta.
Grazie zio Peter, torna presto a trovarci con le tue vecchie storie, le tue
chitarre d’epoca, la tua faccia gentile e simpatica…!
Si ringraziano: "Energie Multimediali srl" produzione di eventi musicali e
l'agenzia stampa "Lunatik" per la gentile e preziosa collaborazione.
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