Screaming Jay Hawkins   di Guido Sfondrini

Un matto, uno fuso come pochi, ma anche un grandissimo interprete della black music del XX secolo. Uno che ha inventato una forma di spettacolo fatta di teatralità, aggressività, eccessi e ridondanti special effects, ma anche di ironia e capacità espressive di altissimo livello. Sto parlando di Jalacy Hawkins, meglio conosciuto come “Screaming Jay Hawkins”. Nato a Cleveland nel 1929, è stato un grande vocalist, pianista, sassofonista e compositore, ed un frontman di primordine al quale molti interpreti del rock, dagli anni 60 sino ai giorni nostri, si sono certamente ispirati: da Alice Cooper a Lord Sutch, da Arthur Brown ai Cramps, sino, in tempi recenti, a personaggi di dubbio gusto come Marylin Manson.
Jay Hawkins non è stato certo un bluesman nel senso purista del termine, lo si può catalogare come autore di un “insano” mix di Blues, Soul e R‘n’R, con tendenze vagamente schizoidi.
Nella seconda guerra mondiale fece il militare in Aviazione nel Pacifico e, sino al 1949, si dedicò al pugilato con buoni risultati, diventando campione statale dell’Alaska dei pesi medi. Iniziò con il blues più tradizionale e, causa la sua voce particolarmente potente, dimostrò una tendenza da “blues shouter”, nel solco di vocalists come Big Joe Turner e Jimmy Witherspoon. Nei primi anni 50 divenne noto come pianista jazz/r’n’b, accompagnando il chitarrista Tiny Grimes con i Rocking Highlanders, per il quale scrisse il brano "Why did you waste my time", per la Gotham Records, che ottenne un buon successo di vendite. Nel 1956 la svolta. Dopo aver collaborato con l’orchestra di Leroy Kirkland, Hawkins compose e registrò (originariamente per la Grand Records, ma in seguito il brano verrà pubblicato dalla Okeh/Columbia) "I Put A Spell On You". In origine la song era una blues ballad abbastanza tradizionale ma proprio durante la registrazione il caso volle che sia lui che gli altri componenti la band fossero ubriachi fradici. Screaming Jay interpretò la song con inaudita drammaticità, accompagnando il cantato con urla selvagge e un mumbling fatto di colpi di tosse, borborigmi inintelleggibili e versi gutturali… fu un successone! Questo brano sarà considerato una tra le 500 canzoni (al 313° posto per Rolling Stone) che hanno fatto la storia del Rock'n'Roll
; vendette all’epoca più di 1.000.000 di copie ma incredibilmente non arrivò ai primi posti di Billboard e delle R'n’B charts perché, a causa dei suoi impliciti riferimenti sessuali, ne fu vietata la trasmissione per radio in molte zone degli States. Nel 1957 il primo articolo di giornale a lui dedicato, Jay Rock, fu pubblicato dal magazine Rock'n’Roll Stars dell’editore Miller. Nel '58 registrò il suo primo 33 gg.: "At Home With SJ Hawkins" per la Okeh/Columbia e due altri hits minori: "Alligator Wine" (una song di grande successo) e "Frenzy". Dopo il successone di "I Put A Spell On You", il dj Alan Freed offrì a Screaming Jay 300 dollari per uscire da una bara on stage. Lui accettò di buon grado e da allora cominciò ad esibirsi in un atmosfera da film horror con un contorno di magia nera, talismani voodoo, teschi fumanti (il teschio in realtà fumava una sigaretta e si chiamava Henry…), serpenti di gomma, collane di denti di leone (finti…), mantelli da Conte Dracula, zanne da facocero che uscivano dal naso e altre amenità di questo tipo, inventando uno spettacolo unico nel suo genere per quell’epoca e che si portò dietro fino alla fine dei suoi giorni. Qualcuno lo definì una specie di black Vincent Price (il celebre attore americano degli anni 50 sovrano dell'horror) e l’uscita dalla bara all’inizio dei suoi concerti diventerà il suo vero e proprio “marchio di fabbrica”. Ma anche la qualità della musica da lui proposta fu notevole, caratterizzata dal suo pianismo martellante con chiari riferimenti boogie, dalla sua voce potente, dall’incalzante uso dei fiati e da una ritmica ossessiva e tribale. Il suo repertorio era fatto, oltre che dai suoi hits, dalle personalissime covers di brani soul ("Stand By Me" di Ben E.King, "What’d I Say" di Ray Charles) e da classici del blues ("I Don’t Know" di Willie Mabon).
Negli anni 60 e 70, SJ compose e registrò altri brani di successo, come la malata "Constipation Blues, Orange Colored Sky" e la satanica "Feast Of The Mau Mau". Il suo successo fu però parzialmente compromesso dal modo aggressivo e selvaggio di proporre la musica in un periodo in cui la black music voleva mostrare un mood più soft e raffinato, ma anche dall’ondata beat e dal rock psichedelico (che comunque gli tributò molti omaggi e soddisfazioni economiche, con le innumerevoli covers di "I Put A Spell On You". Celeberrime quelle dei Creedence Clearwater Revival, di John Fogerty e di Nina Simone*) e in seguito dal rock anni 70’, con il suo corredo di tecnicismo e virtuosismi spesso eccessivi, certamente lontano dal sound grezzo e spettacolare di uno come SJ. Comunque, la sua popolarità rimase viva, soprattutto in Europa, dove negli anni 70 effettuò molti tours di successo. Registrò altre 5 versioni di "I Put A Spell On You" per altrettante etichette discografiche. Con la fine dei seventies, l’esplosione del punk ed anche per un rinnovato interesse per il Blues, la sua popolarità tornò a crescere e, parallelamente all’attività di musicista, si impegnò nel cinema facendo l’attore con la presenza in "American Hot Wax", bio del dj Alan Freed; nel 1978 e nel ’83 con la colonna sonora di "Stranger Than Paradise" e con una parte in "Mistery Train" di Jim Jarmush. Recitò anche in "Perdita Durango" di Alex Iglesias e "Rage In Harlem" di Bill Duke.
Con gli anni 80, ed il suo ritorno a New York, cominciò a collaborare con la garage band The Fuzztones, con i quali registrò per la Midnight Records l’EP "SJ Hawkins & The Fuzztones Live at Irving Plaza", micidiale e dotato di una feroce carica animalesca. Nel 1986 recitò nel film "Joey" di James Ellison, una storia di r'n’r ed alcoolismo e di personaggi borderline, che sembrava scritta apposta per uno sconvoltone come SJ.
Negli anni 90, continuò ad esercitare un intensa attività live. Il suo carrozzone teatrale voodoo nel frattempo si era arricchito di effetti speciali, luci stroboscopiche, fuochi d’artificio, garantendogli una serie infinita di concerti sold out. Nel '91 registrò l’album "Black Music For White People" con due covers di brani di Tom Waits (un altro che deve qualcosa a SJ…). Una di queste fu utilizzata dalla Levi’s per un suo spot europeo senza chiedere il permesso di Waits e la cosa finì in tribunale!
SJ cantò anche una cover di "Heart Attack and Vine", sempre di Tom Waits, con il quale ottenne un inaspettato successo, arrivando al 42° posto della British Chart dell’epoca. In seguito Hawkins collaborò con la rock band alternativa Dread Zeppelin e andò in tour con Nick Cave ed i Clash (da segnalare che aveva anche aperto concerti dei Rolling Stones e di Fats Domino). Continuò a partecipare a moltissimi rock e blues festival, rimarcando la sua particolare attitudine nel suonare dal vivo. Nel 1999 venne pubblicato il cd "Live at Olympia", eccellente cronaca dei suoi ultimi concerti parigini. Colpito, proprio a Parigi, da un aneurisma cerebrale, ci ha lasciati nel febbraio del 2000.
E’ stato un grande personaggio e uno dei più originali interpreti della black music. Con la sua follia ha influenzato generazioni di rockers e musicisti in tutto il mondo ed ha lasciato alcuni brillanti camei cinematografici dove si può apprezzare la capacità di recitare la parte del maudit senza alcuno sforzo… In un certo senso, lo era realmente.
Si favoleggia che SJH ebbe più di 50 figli e che, vicino alla morte, chiese di essere cremato perché nella vita era stato già in “troppe dannate bare” !!!

"I Put A Spell On You" ebbe anche una cover in Italia, con testo tradotto e adattato da Mogol, cantata da Gianni Pettenati e gli Juniors ed anche da Caterina Caselli con il titolo “Puoi farmi piangere”.

I PUT A SPELL ON YOU 

I put a spell on you
cause you’re mine

You better stop the things you do
I aint lyin
No I aint lyin

You know I cant stand it
Youre runnin around
You know better daddy
I cant stand it cause you put me down

I put a spell on you
Because youre mine
Youre mine

I love ya
I love you
I love you
I love you anyhow
And I dont care
If you dont want me
Im yours right now

You hear me
I put a spell on you
Because youre mine


Lutto nel Blues Italiano, ci ha lasciato Marco Fantoni   di Lillo Rogati

16/8/2012 - Martedì 14 agosto, dopo una breve quanto devastante malattia, ha lasciato questa terra Marco Fantoni. Per i più giovani e per chi non ha conosciuto il chitarrista lombardo è d'obbligo sottolineare il ruolo pionieristico che ha svolto sposando il Blues negli anni settanta alla corte del mai dimenticato Cooper Terry. Il suo nome è stato legato anche a quello dell'armonicista Andy J. Forest quale componente fisso della band.
Per un certo periodo è stato lontano dalle scene e proprio negli ultimi tempi aveva ripreso ad esibirsi con i vecchi compagni d'avventura.
Per rendere un omaggio a Marco ci siamo rivolti all'ancora attonito Lillo Rogati (che con lui ha condiviso il palcoscenico per anni) al fine di tracciare un profilo di Fantoni musicista e uomo.

"Conoscevo Marco dai primi anni settanta, ancora da prima che venisse a suonare con noi e Cooper: ci eravamo conosciuti in un concorso musicale a Milano.
Nel tempo diventò il chitarrista di Fabio Treves e, mentre io facevo il militare nel '73/'74, Cooper era andato a suonare con Treves conoscendolo.
Marco in quel periodo era sicuramente il più bravo chitarrista di Blues che esisteva in Italia, nessuno poteva eguagliare la sua maestria e tecnica sulla chitarra, molto amante di Clapton (e si sentiva!) ma con la capacità di fare del vero Blues.
Infatti grazie a Cooper, grande Maestro per tutti noi, si allontanò un po’ da Clapton per diventare più personale e adatto al tipo di Blues che facevamo.
Infatti non appena io tornai da militare, Cooper riunì la Band che da allora si chiamò Blue Phanton Band, portando via Fantoni dalla Treves e con me al basso, Graziano Tedeschi alla Batteria, Sergio Fabretto al piano e , anche se per poco tempo, Larry Nocella al sax tenore. Era il 1975 e probabilmente nasceva una della più grandi blues band italiane di quel periodo, almeno fino a quando, dieci anni dopo, formammo la NITE LIFE.
Penso che Marco abbia avuto una grandissima influenza sui futuri chitarristi dell'epoca, nessuno, allora sapeva improvvisare come lui; senza contare il bellissimo suono che aveva sulla chitarra, anche se per avere ciò usava il Fender Twin Reverb al massimo del volume, cosa che allora si poteva fare.
Non dobbiamo dimenticare che Marco suonò con i migliori gruppi dell'epoca, da Treves alla Blue Phantom Band con Cooper Terry ed infine con il mitico Andy J. Forest.
Poi, per tanti motivi dovette smettere, ma in questi anni aveva ripreso riformando la Blue Phanton band, prima anche con me, e poi, a causa di tutti i miei impegni, con altri musicisti.
Marco Fantoni è stato sicuramente un grande personaggio, ma soprattutto un grande uomo, chi ha avuto il piacere e la fortuna di conoscerlo, sa che cosa dico; penso che nessuno forse sia mai riuscito a farlo arrabbiare o fargli perder il suo contagioso buon umore. Uomo solare, simpatico, tenace grandissimo chitarrista e bluesman, in quaranta anni di conoscenza moltissime sarebbero le cose che potrei raccontare su di lui, ma ricordo un aneddoto che ci raccontava sempre, riguardante la sua tenacia e il suo amore per Eric Clapton.
Prima ancora che ci conoscesse, andò a Londra per vedere e conoscere il suo idolo, andò a sentirlo suonare e tanto fece che Clapton l'ho invitò dopo il concerto a casa sua, e dopo aver suonato insieme gli regalò una camicia che Marco teneva come una reliquia e che metteva durante i nostri concerti più importanti.
Cosa posso dire ancora... ci mancherà tantissimo, era ormai una consuetudine che a fine agosto di ogni anno si facesse una rimpatriata della vecchia Blue Phantom Band in Val di Ledro (Trento) dove vivono attualmente Maurizio Best Bestetti e Graziano Tedeschi e qui al Locale di Benny facevamo un concerto in ricordo dei bei vecchi tempi. Quest'anno purtroppo non ci sarà, ma noi andremo lo stesso a suonare per Lui.
In settembre cercheremo di organizzare una serata in suo onore e ricordo, non so ancora dove, ma sicuramente a Milano dove inviteremo tutti quelli che lo conoscevano e che abbiano voglia di onorarlo e ricordarlo.
Ora lui ci aspetterà insieme a Cooper, a Larry e tanti altri amici che non sono più con noi, e quando noi tutti li raggiungeremo faremo sicuramente la più grande Band di Blues dell'aldilà.
Ciao Marco, non ti dimenticheremo."   Lillo Rogati

Spaghetti & Blues si unisce al dolore della famiglia e di tutti coloro che hanno conosciuto Marco Fantoni e gli anno voluto bene.
 

Spaghetti & Blues in missione per conto di Dio!   di Gianni Franchi
 
Tutto ciò che ha significato il film “The Blues Brothers” per chi lo vide quando uscì nelle sale cinematografiche non è facile da raccontare. La prima volta che lo vidi io ne rimasi sconvolto. In un film si racchiudeva tutto quello che amavo: una musica eccezionale piena di blues, soul e Rhythm & Blues; la presenza di tutti i miei miti musicali; la storia di una band formata da grandi musicisti e la comicità demenziale ma irresistibile dei mitici fratelli del blues.
Non so più nemmeno io quante volte ho rivisto il film godendomi ogni volta le sue gags, fino a notare persino piccole incongruenze nella traduzione italiana. Questa è quella più clamorosa che ho scoperto confrontando la versione in inglese con la nostra doppiata, succede quando i due fratelli dicono a Cab Calloway: “tu sei l’unico che sia stato buono con noi… per noi cantavi le canzoni di Elmore James e suonavi l’arpa in cantina“, frase che mi è sempre sembrata un po’ strana... ma che ci fa Cab Calloway con un'arpa in cantina? In Inglese la frase è “Singin’ Elmore James tunes and blowing the harp* for us down”, il cui significato è chiaro...
Ma al di là di questo, il film per molti anni ha dato una grossa spinta al movimento blues, anche se ci dobbiamo a volte sorbire delle pessime versioni di “Sweet Home Chicago”, divenuto forse il brano blues più conosciuto. A proposito, la canzone di Robert Johnson è indicata nei credits del disco come appartenente ad un tale W. Payne (?).
Vi ho raccontato tutto questo per spiegarvi il mio grande amore per il film ed i Blues Brothers. Potete dunque immaginare quello che ho provato pochi giorni fa quando ho avuto l’occasione di incontrare Dan Aykroyd, il mitico Elwood Blues, armonicista cantante, socio di John Belushi ed anche autore della sceneggiatura insieme a John Landis.
Il nostro Dan infatti è attualmente in Europa in un giro promozionale per la vodka da lui prodotta la “Crystal Head Vodka” (presentata in una bottiglia a forma di teschio. ndr).
Il mitico Elwood è stato ospite su Radio Due nella trasmissione "Super Max" dove sono stato invitato da Luca Casagrande, cugino blues, membro fondatore con me della Jona’s Blues Band ed ora chitarrista della band del programma.
Aykoryd intervistato da Max Giusti e Francesca Zanni con il valido ausilio della traduttrice Olga Fernando, ha parlato della sua vodka, della bottiglia ispirata ad una leggenda della musica e dei suoi films.
Bellissima la risposta data a Max Giusti quando gli ha chiesto come conciliava la sua passione per la musica blues legata alla Chicago dei fumosi locali notturni con quella per i Beach Boys, tutta sole e spiagge californiane. Dan ha risposto: “Tutto viene dalla musica del Delta blues americano, man!“
Ad un certo punto, invitato sul palco dalla band di Supermax, si è lanciato in una travolgente “Born in Chicago” dove ha cantato e suonato l’armonica, quindi, stuzzicato dalla band, ha cantato con loro alcuni classici come “Everybody needs somebody“ e “Sweet Home Chicago”. Alla fine, il grande Dan ha stretto la mano uno per uno ai musicisti della band dicendo loro che si era veramente divertito perché, per la prima volta nel suo giro in Europa, aveva trovato “una real blues band“ con cui suonare.
Forse lo dirà in tutti i paesi ma sicuramente è un complimento che ha fatto piacere ai musicisti della band di Supermax di cui voglio ricordare i nomi: Luca Casagrande alla chitarra elettrica, Vittorio Iuè alle tastiere, Salvatore Leggieri alla batteria, Matteo Esposito al basso e Sarah Jane Olog alla voce.
Alla fine, prima che ripartisse e nonostante la rigida sorveglianza Rai che ci imponeva “no foto... non si puo’ rimanere nel corridoio ad aspettarlo, ecc. !“ siamo riusciti ugualmente ad avvicinarlo giusto il tempo di una foto ed un autografo su ogni supporto possibile (Cd, Lp, Dvd). Qualcosa avremo imparato dal film, neanche i nazisti dell’Illinois possono fermarci!
Quante cose avrei voluto dirgli, quante domande avrei voluto fargli, ma bisogna accontentarci di questo ricordo e dei momenti belli che ci ha fatto trascorrere con i suoi films e la sua musica.

*
harp è l'equivalente di harmonica nello slang dei neri d'America

Blues a Roma   di Gianni Franchi

Introduzione

Questo articolo è il primo di una serie che vuol farvi conoscere meglio la scena blues romana, quella attuale e quella passata. Compito tanto più difficile quanto più mi inoltrerò indietro nel tempo, dove reperire fonti e persone disposte a ricordare non è affatto facile.
Fortunatamente una parte di questa storia la ho vissuta sulla mia pelle dagli anni 80 ad oggi ma non sarà ugualmente una storia facile da scrivere.
Oggi ci sono molte bands ed artisti solisti attivi nel territorio della Capitale ma spesso la storia di chi ha aperto loro la strada, tanti anni fa, non è conosciuta né a Roma né tantomeno nel resto d'Italia.
Non esiste una storia nemmeno del blues italiano scritta in maniera esaustiva che ricopra tutte le realtà locali e la mia idea è di arrivare prima o poi a scriverla, magari con l’aiuto di altri appassionati. Alcune storie del blues italiano sono state raccontate nella prospettiva di chi la ha scritta, spesso con una visione incentrata esclusivamente sulla scena blues del nord Italia che è sempre stata la più attiva e dove operava l’unica rivista del settore, “Il Blues”.

Il Blues a Roma

Il Blues probabilmente arrivò per la prima volta a Roma (almeno dal vivo) alla fine degli anni 50 quando lo studio di un giovane pittore afroamericano divenne il ritrovo di tutti gli appassionati di musica popolare. Questa è la storia di Harold Bradley e del locale che divenne il Folkstudio che vi racconterò nella apposita puntata con le parole dello stesso Bradley.
La generazione successiva, attiva negli anni 70, è invece composta per la maggior parte da giovani appassionati di musica rock che arrivarono al blues cercando le radici della musica di gente come Jimi Hendrix o dei Rolling Stones, solo per fare due nomi. Sembra impensabile oggi, al tempo di internet, ma molti anni fa reperire fonti per muovere i primi passi nel blues non era facile. L’ascolto ripetuto dei pochi LP di blues reperibili per carpirne i segreti, il cercare di trascrivere i testi, erano pratiche con cui tutti i musicisti della prima ora si sono confrontati. Questa è la generazione di Roberto Ciotti, Maurizio Bonini, e poi della Roma Blues Band, di Herbie Goins (per la parte italiana della sua storia), di Mario Donatone, delle formazioni di strada di Leno Landini.
Si arriva quindi agli anni 80 con la grande spinta data al blues dai Blues Brothers e da Stevie Ray Vaughan ed il proliferare di molti locali dove esibirsi ha prodotto artisti come Alex Britti, la Jona’s Blues Band, i Dirty Tricks (poi Tiromancino) di Federico Zampaglione, i Lavori in Corso di Enzo Becchetti. Negli anni 90, con i Nothing but Blues, gli Hardboilers, i Red Wagons (vedi "Interviste"), le bands di Max Manganelli per arrivare ai giorni nostri con i Caldonians di Simone Nobile, i Dead Shrimps, Davide Lipari, i Cyborgs, Alex Cipollari, Spooky Man, e molti altri che non ho citato per brevità.
Ma non finisce qui. Per la storia del blues romano, oltre queste anticipazioni, vi rimando alle prossime puntate di Blues a Roma.



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