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Cadillac Records
(regia di Darnell Martin)
di Amedeo Zittano
Un
film sulla storia della Chess Records! No, non potevo perdermelo...
Negli anni 50 la Chess Records costituì la culla del Chicago Blues; l’intuizione
dei fratelli Chess (Leonard e Phil) di investire in una casa discografica fece
la loro fortuna, sia dal punto di vista economico che sociale. In quegli anni,
durante il boom dei jukebox, i dischi diventarono una vera e
propria miniera d’oro. I “minatori” del settore furono talent scout e
discografici che fecero grandi affari pubblicando le hits che avrebbero segnato
la musica moderna.
No, non potevo non vederlo…
Una voce narrante (quella di Willie Dixon) racconta la storia della nascita
della Chess Records e del Chicago Blues. La regista struttura il film in modo
frammentato, come un racconto: una scelta difficile considerando i gusti del
pubblico abituato alle storielle ormai formattate in mille salse. A mio parere
la Martin ha trovato un giusto compromesso tra l’esposizione di eventi storici
documentali (tipo la saga “The Blues” di Scorzese) e la narrativa romanzata a
prova di profano ("The Blues Brothers").
A differenza delle biopic di Jerry Lee Lewis e Ray Charles (giusto per portare
due esempi), Cadillac Records espone in una sola pellicola la vita di più
personaggi e lo stesso Leonard Chess sembra essere solo un punto di partenza, un
pretesto per raccontare le storie di Muddy Waters, Little Walter, Howlin' Wolf ,
Etta James e Chuck Berry.
Un film brillante che riesce a trasmettere appieno lo stato d’animo del Blues,
da dove nasce e come veniva espresso a metà del '900 nella Windy City anche se,
ad onor del vero, qualche neo è possibile trovarlo. Uno di questi è il
"clamoroso
silenzio" su Phil
Chess, l'altrettanto noto fratello di Leonard. Certo, raccontare in 109 minuti
la nascita del Chicago Blues, del R&B e del Rock’n’Roll è arduo, ma relegare Phil
al marginale ruolo di fonico, in un film dedicato proprio ai fratelli Chess, è certamente una
grave mancanza.
Tuttavia, mi sembra eccessiva l’opinione di qualcuno che definisce quest’opera come
"priva di coesione e fantasia (a causa della sceneggiatura frammentata),
mancante di rigore selettivo e di buone idee, che chiama in causa troppe
personalità complesse e troppi temi cruciali mancando della penetrazione e
dell'intelligenza necessari a dare spessore al tutto...”.
Personalmente ritengo che, a volte, sia necessario ascoltare le storie così come
sono state raccontate per decenni, apprezzandone i contenuti senza dover
necessariamente dimostrare il contrario o qualcosa di diverso…
Ovviamente, non è mia intenzione anticipare i contenuti di questo film, a tratti
anche cruento, che racconta di demoni vestiti da angeli e
di angeli vestiti da demoni; un film che mi ha emozionato e (vi dirò...) anche
un po’ commosso.
"Angeli perduti del Mississippi, storie e leggende del blues" (Fabrizio Poggi,
Meridiano Zero 2010)
di Amedeo Zittano
Ricordo
molto bene la prima volta che incontrai Fabrizio Poggi. Avvenne a Polverigi in occasione di
un suo concerto. Notai subito che Fabrizio è un uomo fiero e silenzioso che
osserva ogni cosa; che quando parla si concede delle piccole pause tra una frase
e l’altra: una persona che ama riflettere prima di parlare.
Premetto che, avendo letto anche il suo primo libro “Il soffio dell’anima”,
certamente sarò in qualche modo condizionato. Noto subito che il format
comunicativo è rimasto invariato, una sorta di dizionario, o diario magico, che
permette di navigare come spiriti (o angeli...) tra i flutti del Blues. Fabrizio
riesce per la seconda volta a trasformare una lettura, apparentemente didattica,
in una narrativa intrigante, semplice e diretta, dove le date si indicano per
raccontare le storie (e non viceversa), tanto che, alla fine, della formula del
“dizionario” rimane solo un pretesto artistico semplicemente per il gusto
letterario di narrare a dosi controllate, o “pillole”, le più belle storie del
Blues.
Il titolo sembra quello di un romanzo e sorprende il lettore
che si ritrova immerso in una struttura discreta, da dizionario scritto, con uno
stile denso di morbida eloquenza. I contenuti sono i più vari, dal semplice
significato di una parola o frase di una canzone, alle più complesse
retrospettive dei grandi personaggi; dalla semplice descrizione di un borgo di
Chicago, alla scoperta dei veri significati lirici del Blues; tutto ordinato
dalla “A” alla “Z”.
La copertina (sarò inevitabilmente
condizionato dal suo primo libro e... con tutto il gran rispetto per Crumb) questa volta mi delude un po’. La scelta di un classico, il “non voler
rischiare” nella ricerca di una grafica nuova, manifestano una strategia troppo
contrastante con lo spirito di Poggi; per questo, seppur di fronte ad una delle
più belle e suggestive opere di Mr. Robert Crumb, non la preferisco alla
splendida ed inedita opera della Zelaschi.
Alla fine del libro si ha come la sensazione che tra gli Angeli perduti del
Mississippi ce ne sia qualcuno italiano, partito magari un secolo e mezzo fa e
che, per un motivo o per l’altro, abita oggi gli stessi cieli.
"Unplugged"
di Roberto Ciotti
(Castelvecchi Editore, 2007) di
Amedeo Zittano
Scrivere
di Unplugged, l'autobiografia di Roberto Ciotti, per me non è stata cosa semplice
in quanto Roberto è stato uno dei primi bluesman italiani che ho conosciuto ed
al quale sono particolarmente affezionato, nonostante non ci siamo mai
conosciuti di persona se non alla fine dei suoi concerti quando gli chiedevo di
autografare i suoi dischi.
Ricordo che in una di quelle occasioni, a Napoli, mentre mi avvicinavo al suo
tavolo con una “pregiata” busta della spesa contenente i suoi dischi, Roberto mi
osservò in modo diffidente come se volessi vendergli qualcosa a cui non era
interessato, poi vedendo il contenuto della busta realizzò il mio intendo e nel
suo volto si scorse un timido sorriso. Prima di firmare i dischi sgranava gli occhi e li
osservava con cura, li apriva delicatamente, rileggeva qualcosa, per un attimo
sembrava quasi accarezzarli malinconicamente mentre borbottava qualcosa. Quando
infine li autografò, mentre me li rendeva, pronunciò un’unica parola guardandomi
fisso negli occhi: “Grazie”.
Collezionare i suoi vinile, ascoltarli e cercare di carpire i segreti del suo
personalissimo e inimitabile stile, seguirne l’evoluzione bluesistica che si
spinge ai limiti della canonica concezione del blues in Italia, per me è stata
da sempre una sfida condotta in un terreno di battaglie culturali dove a
vincere, nonostante tutto, è stato sempre e comunque l’uomo.
Unplugged completa un quadro iniziato oltre vent’anni fa, dandomi le risposte
che mi mancavano. L’uomo Ciotti, per chi non lo conosce, è assai discreto,
oserei dire ermetico, a volte schivo ma che musicalmente esprime un’immagine di
se esattamente opposta alle sensazioni empatiche che il personaggio potrebbe
trasmettere.
In “Unplugged” Ciotti narra la sua straordinaria storia che diventa il veicolo
ideale per raccontare quella di un’intera generazione di musicisti oggi
considerati pionieri dello spaghetti Blues ma che negli anni sessanta erano visti
come capelloni scellerati, paradossalmente indegni di appartenere alla società e
per questo alieni. Innumerevoli particolari storici fanno da cornice ad una vita
vissuta senza fili: unplugged, per l’appunto. Roberto omaggia i lettori
allegando al libro un CD dall’omonimo titolo nel quale ripropone il meglio della
sua discografia registrata completamente in acustico.
Come al solito, evito di entrare nei contenuti poichè ritengo che, mai come in
questo caso, “Unplugged” sia un libro da leggere senza alcuna anticipazione, né
pregiudizio. Scoprirete così un lato finora poco conosciuto del bluesman della
Garbatella cresciuto a spaghetti (anche 1 kg. da solo…) e chitarra; un
artista che, a torto o a ragione, è stato sempre coerente con se stesso, ad
ogni costo, un richio che, dal mio punto di vista, i giovani di oggi non
avrebbero mai avuto il coraggio di correre…
Questo libro quindi, oltre che per conoscere la storia di un musicista e - più
in generale - di una società, dovrebbe servire alle nuove generazioni (musicisti
e non) per comprendere i valori umani, lasciando perdere gli stereotipi che la
società del consumo ci impone sfruttando senza scrupoli i mezzi di comunicazione
globale come fossero siringhe, per drogare le nostre menti fino a farci
completamente rincoglionire rendendoci succubi di prodotti tanto inutili quanto
squallidi.
Non posso che concludere ricambiando Roberto con la stessa parola da lui
pronunciata anni fa mentre mi restituiva il disco “Bluesman” appena autografato:
“Grazie”.
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