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Dario Lombardo  (a cura di Michele Lotta) 

Ho conosciuto Dario Lombardo agli inizi degli anni novanta, era il 1992 per l'esattezza. Avvenne in occasione della sua partecipazione al festival
di Pistoia; un'edizione fra le più riuscite della rassegna toscana nella quale Dario e Phil Guy proposero un blues/funk di rara efficacia affiancando egregiamente musicisti di grosso calibro come Buddy Guy, Dr. John, Willie De Ville... e protagonisti di una jam storica con Phil Guy, Albert Collins, Charlie Musselwhite, James Cotton e Dario, tutti insieme appassionatamente. Ci siamo incontrati di nuovo qualche anno dopo, nel 1994, quando con la mia band, King Biscuit Time, aprimmo il suo concerto (ancora con Phil Guy) al teatro Savio di Messina. Un incontro sul campo questa volta, che mi diede l'opportunità di apprezzare, fianco a fianco, le capacità artistiche del chitarrista/cantante piemontese.
L'uomo ed il musicista coincidono come in pochi casi: serafico e rilassato nei rapporti con gli altri, lo è anche sul palco, vero leader e solido punto di riferimento per la sua Blues Gang. Protagonista intorno alla metà degli ottanta "dell'asse Torino-Milano" (per sua testuale definizione), Dario è stato uno dei pionieri del Blues made in Italy portandolo anche nella sua culla d'origine, nientemeno che a Chicago.            
Nell'intervista che segue c'è il racconto della sua carriera; della sua amicizia e collaborazione artistica con il "grande nero" Phil Guy (che sarà la sua anima gemella nel corso di circa vent'anni); della nascita della Model-T Boogie, concepita dall'incontro tra Dario e l'armonicista di Milano Giancarlo Crea (intervista in archivio) ed in cui erano presenti anche il chitarrista pistoiese Nick Becattini e Phil Guy nei panni dello special guest; della sua band attuale, la Blues Gang; delle avventure americane.
Ho, infine, approfittato della sua esperienza per chiedergli di fornire utili consigli a chi si affaccia solo oggi al mondo del Blues, per carpirne i segreti e renderlo, sempre più, espressione della propria anima.
La lunga serie di collaborazioni e concerti non possono essere certo elencati in questa sede; chi volesse approfondire le proprie conoscenze sulla biografia di Dario Lombardo può visitare il sito www.dariolombardobluesgang.it.

 

 

 

 

Intervista

SB: “... è il Blues a scegliere il musicista e non viceversa”. A fronte di questa credenza popolare, quando e come il Blues ti ha scelto?

DL: Sono cresciuto ascoltando il Rock (Jimy Hendrix, Rolling Stones, Deep Purple e Led Zeppelin, Jethro Tull, Elvis), il Folk (Dylan, Donovan, Joan Baez), il Pop dei Beatles, e soprattutto tanta West Coast (CSNY, Jefferson Airplane e Hot Tuna). Ho conosciuto prima il rock - blues del Blues, quindi i Cream e tutti gli inglesi, e poi gli americani, Butterfield, Bloomfield, Johnny Winter, i Mountain e gli Z.Z. Top tra gli altri. Tutto questo mi piaceva, ma non riusciva a prendermi del tutto. A quanto ricordo, fu nel 1976 che il Blues, quello vero, arrivò nella mia zucca. Ed avvenne attraverso Muddy Waters e la sua band, che in un sabato nebbioso suonarono al Palasport  durante il Festival  Jazz "Newport a Torino": lavoravo a montare il palco, e quella fu la prima volta  che ascoltai lo Chicago Blues. Conobbi Muddy quel giorno, ed insieme a lui anche tanti musicisti che poi sarebbero stati al mio fianco. C'erano tanti futuri musicisti tra il pubblico o sotto il palco, oltre a me, ricordo Andrea Scagliarini, Sal Bonasoro, Alfredo Ponissi. Se qualcuno avrà l'occasione di vedere il filmato di quel concerto (è nelle teche RAI, chissà se lo ritireranno fuori prima o poi?), potrà divertirsi a cercarci tra i volti dei personaggi che si affollavano il sotto palco. Era un sabato, il lunedì andai nel principale negozio di dischi in città e comprai il mio primo disco di Blues. Ovviamente, Muddy Waters!

SB: Parlaci dei tuoi esordi.

DL: Alla fine degli anni '70 non era semplice avvicinarsi ad uno qualsiasi dei generi musicali odierni in Italia. Fosse esso Rock, Jazz, Country, Blues o altro, non era facile trovare testi, spartiti e dischi, né tanto meno musicisti da ascoltare. Mettere su una band significava letteralmente inventarsi qualcosa basandosi su modelli mediati da molte fonti diverse, nessuna delle quali diretta. Così, per caso ci ritrovammo in 5, 6 persone, interessate alla musica, al suonare ma non ad un genere preciso. Trovammo un nome complicato e… fantasioso, The Faboulous J.B. Band, insonorizzammo una cantina ed iniziammo a provare. Cambi di personaggi, di rotta, piano piano arrivarono prima Sal Bonasoro, allora giovanissimo ma già con Little Walter in testa, e poi Andrea Scagliarini, che suonava Sonny Boy e Big Walter Horton. Primi concerti, Feste dell' Unità e selezioni dei gruppi emergenti locali. Poi i primi Festivals. Arrivò anche una cantante, Etta Scollo, che trovò in seguito successo in Austria e Germania. Tutto questo tra il 1978 ed il 1981. Poi quel progetto arrivò alla fine, vuoi per i suoi limiti che per le scelte dei singoli. E cosi qualcuno lasciò la musica per lavori più sicuri, ed altri invece decisero di continuare…    

SB: Quali sono gli artisti dai quali hai attinto ispirazione?

DL: All'inizio Muddy Waters, B.B. King e Freddie King. Poi vennero i chitarristi di Chicago, come  Sammy Lawhorn, Louis Myers, Eddie Taylor, Jimmy Rogers. E i chitarristi Slide, Elmore James, Homesick James, John Little John. Da ultimi Albert King, Buddy Guy, Robert Cray e Phil Guy. E fuori dal Blues non vorrei dimenticare Crosby, Stills, Nash & Young ed i Jefferson Airplane.

SB: Chi segue le vicende del Blues in Italia non può fare a meno di riconoscere la Model-T Boogie come la prima blues band italiana a far parlare di se. Come è nato il progetto?

DL: Ho conosciuto Giancarlo Crea nel 1980. Fu Andrea (Scagliarini), che già aveva lavorato con lui, a portarlo nel nostro "posto" a Torino per fare jam insieme. Lui portò con se il suo batterista di allora, Maurizio Simpsi, e così cominciò il tutto. Si creò un asse Torino-Milano, che allo scioglimento del gruppo torinese mi portò ad entrare nella Mean Mistreater Chicago Blues Band, un gruppo di cui si dovrebbe parlare di più.  Fu probabilmente il primissimo gruppo a suonare Chicago Blues in Italia, ad accompagnare in tour un Bluesman, nella fattispecie Homesick James nel 1978. E poi il loro primo batterista fu Tony Mangiullo, che un giorno volò a Chicago ed aprì il Rosa's Lounge… Entrai nei Mistreater nel 1981. Per un po' provammo, e poi via a suonare, ancora Milano e Torino come basi principali. Cambiammo nome nell' 82, e diventammo i Blues Shakers: nell'84 arrivò Arthur Miles, iniziammo a suonare con lui diventando una Soul-Blues Band. Crea decise di staccarsi, e dopo poco fondò la sua nuova band, che chiamò Model-T Boogie. Tra l'85 e l'86 si formò il gruppo principale della band: oltre a me, Giancarlo riunì intorno a se il "vecchio" bassista dei Mistreater Massimo Pavin, e due nuovi arrivi, il batterista Massimo Bertagna e  Nick Becattini. Fu un insieme esplosivo, per quattro anni girammo l'Italia in lungo e in largo a bordo di una Renault 4 furgonata che è rimasta per sempre nelle nostre… ossa! Festival su Festivals, e poi nell'86 il primo LP, "..Really the Blues..!".  Prodotto da Giancarlo e Nicola, vide la partecipazione di altri musicisti allora esordienti, come Marco Limido e Rudy Rotta. Fu quel disco a farci guadagnare la selezione per lo Chicago Blues Fest dell' 87, dove conoscemmo Phil Guy.

SB: Phil Guy ha collaborato con la Model-T e, dopo lo scioglimento del gruppo, ha continuato con la tua Blues Gang. Un rapporto speciale (considerando che dura da 17 anni) o pura coincidenza di interessi artistici?

DL: Come ti dicevo, ci siamo incontrati nel giugno del 1987. Ci portarono nella South Side, e ci dissero che avremmo dovuto accompagnare un misterioso Bluesman. Tra le righe sapevamo già che sarebbe stato Phil, un musicista che ci aveva da sempre colpito per quel suo modo unico di mischiare Blues tradizionale e Funk. Avvenne prima nel fuoco di una jam al Muddy Waters Drive durante la quale suonammo altre che con Phil anche con Ray Allison, Carl Snyder e Pete Allen, e poi con un concerto al Checkerboard Lounge, il mitico club storico del Blues di Chicago , che purtroppo ha chiuso l'anno scorso. Ci salutammo con la promessa di rivederci, e così nell' 88 organizzammo il primo tour con Phil, durante il quale registrammo alcuni brani poi inseriti in "Born to get Down",  il nuovo Lp dei Model-T prodotto stavolta da me e Nick . Da allora, ogni anno Phil e' tornato. E' qualcosa di speciale, non una collaborazione asettica ed esclusivamente professionale. Quando è in Italia è mio ospite, così come lo sono io suo quando suono a Chicago. Ho avuto modo di imparare da lui cose che non si trovano su nessun libro, ad esempio alcuni riffs dei vecchi chitarristi della Louisiana che ora sono molto di moda. E poi i concetti base, il suonare per il piacere di inventare costantemente, senza preclusioni e/o imitazioni di sorta. E molte altre cose, ovviamente!

SB: Sei tra i musicisti italiani che spesso attraversano l’oceano per esibirsi a Chicago. Puoi raccontarci come sono nati i contatti nella Windy City?

DL: Come ti dicevo, iniziò nell' 87 a Chicago, con Phil Guy. Da allora, ho cercato non appena possibile di tornare. Di solito vado durante il Blues Festival, e mi fermo poi per alcune settimane. Chicago è la capitale del Blues. E' il luogo in cui suonare, conoscere ed ascoltare. Avere buone ispirazioni, tastare il feeling. Tramite Phil ho conosciuto musicisti come Dave Myers, che sono poi riuscito a portare in Italia poco prima della sua scomparsa, o come Junior Wells, che ho avuto l' occasione di accompagnare durante una bella jam al Checkerboard. Ma poi è qui, penso, che si deve tornare, qui c'è la nostra vita e la nostra memoria.

SB: Qual è l’interesse che gli americani hanno per lo spaghetti blues (ammesso che ce l’abbiano…)?

DL: Ho sempre visto una forte curiosità. Alcuni sono più diffidenti, altri più aperti, ma nella stragrande maggioranza curiosi, fondamentalmente. Pochissimi i casi di individui non in grado di uscire dallo stereotipo "spaghetti, mandolino e Sofia Loren" che come sai ci portiamo addosso. I musicisti poi sono in genere molto attenti a valutare, e molto corretti nel riconoscere i meriti, come evidentemente le lacune, se ci sono. Ormai è consuetudine per loro l'essere accompagnati da gruppi italiani, così come giapponesi, argentini o nord europei, ed è quindi importante trovare partners in grado di sostenere correttamente la musica e lo spettacolo.

SB: …e tu, che pratichi il Blues sulle due sponde dell’Atlantico, che valore riconosci al blues nostrano. In altre parole, credi che in Italia ci siano artisti e bands in grado di “competere” con gli americani?

DL: Molto e' cambiato rispetto agli anni in cui ho iniziato. Ora c'è la possibilità di studiare i generi musicali contemporanei, abbiamo riviste, Internet ed è molto più semplice volare in USA o incontrare musicisti americani qui. Detto questo, suonare bene è difficile, e suonare bene il Blues, così come altri generi popolari, così umorali e introspettivi al tempo stesso, lo è ancora di più. Il vino buono deve invecchiare, e così il musicista Blues deve conoscere se stesso oltre che lo strumento, è un equilibrio delicato. Tutti possono suonare, l'importante è avere la sensibilità per quel che suoni, e la coscienza costante del raccontare storie. In Italia abbiamo ottimi racconta-storie, e quindi ottimi musicisti Blues. Purtroppo, abbiamo anche molti azzeccagarbugli, forse un po' di più che altrove…
Competere con gli americani: chi pensa di farlo, o al contrario pensa "..si, solo loro lo possono suonare..", parte col piede sbagliato. Se io suono Blues devo esprimere me stesso attraverso le storie che racconto, che possono essere cantate e/o suonate. E lo farò inevitabilmente a mio modo, evidentemente seguendo degli stili e degli esempi, ma mai ripetendo ed imitando. Un conto e' suonare uno stile, un altro e' imitare qualcuno. Una volta ho sentito Luther Allison rispondere ad una domanda simile "voi dovete suonare i vostri Blues, noi suoneremo i nostri". Ecco, è tutto qui, no? 

SB: Hai iniziato a registrare nel 1986. Due album con la Model-T Boogie, uno con Phil Guy e due a firma Dario Lombardo & The Blues Gang (oltre ad innumerevoli partecipazioni a compilations). A quale di questi sei maggiormente legato e… in quale ti riconosci di più?

DL: Sono tutte tappe importanti, legate a momenti e progetti differenti. Dei due con Model-T sono senza dubbio più legato a "Born To Get Down" perchè è stata la mia prima esperienza di produzione, che in più per la prima volta mi portava a scrivere dei brani. Se risento "Come on please" e "King of your love", i miei due pezzi di quel disco, ci trovo già tutto di quel che c'è ancor oggi nel mio scrivere, il nuovo ed il tradizionale, il Soul ed il Blues insieme. Poi c'è "Working Together", il cd con Phil Guy, una storia quasi infinita: a momenti davamo per dispersi i nastri, e poi sono rispuntati fuori, in parte rovinati, a sette anni di distanza dalla registrazione. L' abbiamo prodotto in ogni modo, remixato e con l'aggiunta dei brani live a Parigi, a tutti i costi volevamo fare sentire la nostra musica. E' un disco che ha anticipato molte delle cose presenti negli ultimi lavori di Phil. Pensando ai lavori della Blues Gang, "Searchin' for Gold" è senza dubbio più maturo di  "I don't want 2 lose", ma in quel primo cd, datato 1998, si possono ascoltare canzoni cui sono molto legato e che continuo a suonare durante i miei concerti, come "War Devil's Blues" (sempre attuale, purtroppo), "Runnin' on the highway", "Bad Times Come".

SB: Nel tuo nuovo CD, Searchin’ For Gold, mi pare di aver colto delle novità negli arrangiamenti. Si tratta di un nuovo corso? Parlaci della genesi del CD.

DL: "Searchin' for Gold" nasce dall' incontro con Ernesto De Pascale. O meglio, dal rincontrarsi dopo molti anni e dall'unire energie, amicizia e stima personale per fare qualcosa di personale e nuovo all'interno del panorama blues italiano. Abbiamo cercato di sfruttare al meglio la scrittura dei brani, e poi le possibilità dello studio. Sono le mie canzoni, scritte come sempre ma rivestite delle capacità e delle esperienze produttive di Ernesto. Quattro occhi vedon meglio di due ed avere una persona che ascolta quel che stai suonando e offre idee, confronto e magari anche scontro, è fondamentale. E poi alcuni pezzi sono scritti a quattro mani, una cosa bella ed estremamente stimolante. Prima o poi mi piacerebbe fare un lavoro più tradizionale, magari acustico, chissà. Finora comunque ho preferito mettere su disco le mie storie raccontandole con i suoni di oggi. E' difficile dire cosa preferisco in "Searchin' for Gold", son tutte canzoni che hanno personalità e caratteristiche differenti: "Bad Neighbourhoods", "Lonesome Blues", e poi "Searchin' for Gold", "Sorry don't Fix", "K's Waves"…  bisogna ascoltarlo, quindi "… portateci a casa con voi!", come dico durante i miei concerti!

SB: Nel Blues, si sa, vengono sovente proposte delle cover (soprattutto nei live). Nelle tue rivisitazioni emerge evidente la personalità del musicista dotato d’esperienza. Che consigli puoi dare ai più giovani affinché si “impossessino” dell’anima dei brani più noti evitando una pedissequa, quindi banale, riproposta?

DL: In ogni canzone c'e' qualcosa di fondamentale, la melodia per esempio, o un riff particolare, una linea di basso o una frase di chitarra, che non si può togliere. Una via e' quella di trovare questo qualcosa e di mantenerlo in un arrangiamento totalmente diverso. Ho lavorato in questo modo affrontando i brani propostimi per la compilation di tributo ai Jethro Tull "Songs for Jethro". In "Cat's Squirrell" ho mantenuto il riff di chitarra iniziale per poi arrangiare il tutto in modo funk, mentre in "It's breakin' me up", che è poi stata inserita in "Searchin' for Gold", ho suonato da solo col Dobro, tornando indietro alle origini di quel pezzo e mantenendo il riff di chitarra del tema. Un' altra via è quella di cambiare proprio tutto, anni fa ad esempio suonavo una versione funk di Rock me Baby  che dell' originale aveva solo il testo. Ancora una volta, bisogna unire conoscenze musicali alla conoscenza della propria musicalità, ed osare. Ovviamente, osando si rischia. 

SB: Perché il Blues non è mai esploso in Italia (nell’interesse dei media, con le vendite di dischi,…) nonostante sia praticato da centinaia di band (e non solo di attempati nostalgici…) e si svolgano altrettante manifestazioni, ad esso dedicate, in tutta la penisola?

DL: Penso per due motivi, fondamentalmente: la lingua e la promozione. Quello della lingua è un problema difficilmente risolvibile. E' noto, l'italiano ha parole troppo lunghe e con accenti che mal si sposano con i ritmi del Blues. Però  si può fare. Soprattutto in generi collaterali della musica nera contemporanea (Hip Hop, Rap, nuovo R'n'B), ma anche nello Swing e nel R'n'B tradizionale. Ci sono ottimi esempi nella musica italiana moderna, penso soprattutto a Neffa, Pino Daniele e ad Alex Britti, ed anche ad Alex Baroni. Più difficile è cantare il Blues, in italiano. Per quel che riguarda invece la promozione, bisognerebbe che la maggior parte dei canali di diffusione musicale fossero dedicati alla musica in generale, e non solo a quella pubblicitaria e commerciale rivolta soprattutto agli adolescenti (che poi non si capisce perche' dovrebbero ascoltare solo le colonne sonore degli spot di successo quel che passa a Top of the Pops, che poi è spesso la stessa cosa). La musica reale, quella suonata nei clubs ovunque nel mondo  e che ovunque piace è quasi totalmente esclusa dalla proposta di ascolto dei media. E non sto parlando solo di Blues, ma anche di Country, Rock, Soul...  Solo la musica classica ed il Jazz, grazie all' aura culturale di cui godono, riescono a stento a passare il muro della banalità e del formalismo. E comunque è noto come anche il Terzo Canale Rai, unica voce diversa nel panorama radio, abbia di questi tempi forti difficoltà. La diffusione del Blues e degli altri generi popolari moderni è come sempre affidata agli appassionati, che possiamo trovare nelle radio private o tra gli organizzatori di festivals ed iniziative varie, ma è facile vedere come loro da un lato abbiano mille ed un problema di fondi, di spazi, di visibilità, mentre dall'altro gli organizzatori professionali della musica snobbino con poche eccezioni tutto il settore. Visto che non si deve mai mollare, è ancora una volta l'ora di rimboccarsi le maniche e di scatenare la fantasia, la creatività, l'ideazione di nuovi progetti e proposte. E questo vale per tutti, promoters, appassionati, musicisti…

SB: Cos’è per te il Blues?

DL: Mettere le mani su una chitarra ed avere la fortuna di poter dire qualcosa, cantare e raccontare storie, farlo per chi mi ascolta.

SB: Grazie Dario. Buona fortuna.

DL: Grazie a te e al sito, un saluto a tutti e speriamo di vederci presto. E…Don't forget to Boogie!


(foto di Michele Lotta dalla raccolta "Clickin' the Blues")

 

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