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Herbie Goins: l’incredibile storia di un bluesman americano a Roma   a cura di Gianni Franchi

Conoscevo di fama Herbie grazie ad alcuni album che aveva registrato con Guido Toffoletti. Incontrarlo per la prima volta, quando suonavo con gli Hardboilers negli anni 90, fu un grande piacere ed un'emozione. Nel 1992 (con la suddetta band) avemmo l’onore di ospitarlo nel CD “Sweet Lovin Mama“ in cui Herbie cantò un paio di brani: il classico “The Thrill Is Gone” e l'originale scritto da Riccardo Petrella “I Can’t Stand To Live Without You”.
Negli anni ci siamo incontrati diverse volte, spesso per suonare ma anche per delle cene a casa sua che sono rimaste memorabili. Oltre ad essere un grande cantante infatti, Herbie è una persona squisita, generosa, sempre allegra e di grande compagnia.
Terminata l’esperienza con gli Hardboilers ci ritrovammo ad esibirci insieme accompagnandolo con la Jona’s Blues Band.
Spesso Herbie viene a trovarci all’improvviso regalandoci l’emozione di condividere il palco con lui ancora una volta (e l’ultima volta è successo proprio pochi giorni fa).
Nel 2010, sempre con la Jona’s, l'abbiamo coinvolto nuovamente nel cd “Back To Life” rispolverando, con lui, un suo vecchio brano “Born To Lose”.
Era da tanto tempo che volevo fargli un po’ di domande sulla sua lunga ed intensa storia ed ora, grazie al prezioso supporto di sua moglie Celestina, finalmente questa è l’intervista.



Intervista

SB: Herbie, ci puoi raccontare qualcosa della tua infanzia in Florida e soprattutto dei tuoi primi incontri con la musica?

HG: La mia è stata un’infanzia felice. Vivevamo nei dintorni di Ocala, in campagna. Mio padre era un contadino, la mia mamma, oltre che essere mamma di ben 10 figli, era una cantante di Gospel. La nostra (la mia e quella dei miei fratelli) era una vita modesta ma felice, liberi di giocare e di scorrazzare per i campi. Già da piccolo aiutavo mio padre; mi piacevano molto la terra, la campagna e gli animali che lui allevava.  Soprattutto però mi piaceva andare in chiesa, dove la mia mamma cantava nel coro Gospel: per me era bellissimo sentire quelle voci che si innalzavano perfette a rendere omaggio a Dio nella nostra piccola chiesa bianca. E qui iniziai a cantare anche io.
I miei primi incontri con il Blues avvenivano invece quando andavamo in città, ad Ocala, per fare spese: lì c’era un locale dove si beveva e si suonava il Blues. Naturalmente era proibito per noi bambini, ma io mi sedevo sugli scalini della casa ad ascoltare quella musica bellissima e quelle voci così appassionate. Mia madre mi sgridava: era la musica del diavolo...!
Ormai il Blues mi era entrato nel sangue così, al liceo, iniziai a cantare con i Teen Kings, un gruppo di ragazzi con il professore di musica che ci faceva da insegnante e da manager! Riuscivamo a fare delle serate divertendoci e guadagnando anche dei soldini. Ricordo la festa per la fine del corso liceale con ospite un giovane BB King che mi chiamò sul palco e mi fece cantare con lui. Cantai "Everyday I Have The Blues" che divenne da allora uno dei miei cavalli di battaglia. Mi trasferii poi a New York, dove formai un gruppo con degli amici: The Clads. E da lì….

SB: Quali erano i tuoi idoli musicali a quell’epoca ?

HG: Durante la mia infanzia, a parte quando mi sedevo sugli scalini di quel locale, non si sentiva molto Blues. Le radio trasmettevano esclusivamente musica country e quindi ci piaceva quella per forza maggiore! Più tardi allargando i miei orizzonti, soprattutto ascoltando Radio Lussemburgo che era diventata il nostro pane quotidiano, imparai a conoscere i “nostri” musicisti: mi piacevano Sam Cooke, BB King, Bobby Bland, e poi The Coasters (di cui mi piaceva tanto "Yakety Yak"), The Temptations, Frankie Lymon con la sua breve carriera (ricordo "Why Do Fools Fall In Love"), Jerry Butler and the Impressions, e poi tanti altri…

SB: Negli anni 50 ti troviamo in Germania nell’esercito, puoi raccontarci qualcosa di quegli anni e se li hai avuto qualche esperienza musicale?

HG: Sì, Iniziai il servizio militare (quattro anni!) nel ’58 e a circa metà periodo fui assegnato ad una base militare in Germania. Qui cantavo spesso durante le serate che si facevano per i militari. Poco prima del mio congedo, arrivò dall’Inghilterra a suonare nella nostra base l’orchestra di Eric Delayne. Cantai qualche pezzo con loro ed Eric ne fu entusiasta. Poiché stavo per essere congedato mi chiese se volessi entrare a far parte della sua Orchestra: evidentemente risposi di sì!

SB: Negli anni 60 ti troviamo invece in Inghilterra. Come ci sei arrivato e che scena musicale hai trovato?

HG: Dopo il servizio militare tornai per un brevissimo periodo in America e poi ripartii per l’Europa. Eric Delayne smaniava perché raggiungessi subito l’Orchestra a Londra. Arrivato li però dovetti ripartire per la Germania dove l’Orchestra era in tournèe!
Viaggiavamo spesso ma quando eravamo fermi a Londra cominciai a frequentare i vari jazz club (i più noti erano allora il Ronnie Scott Jazz Club, the Downbeat and the Marquee, ai quali si aggiunse più tardi il Flamingo) e a conoscere tutti i musicisti inglesi che si riunivano, soprattutto di lunedì quando si lavorava di meno, in un club di Prade Street a bere birra e a scambiarsi le idee.  La scena musicale di Londra era così effervescente e interessante in quegli anni: in  ogni pub, piccolo o grande che fosse, si faceva musica anche per pochi pounds….

SB: Puoi raccontarci qualcosa delle tue esperienze in quegli anni? musicisti che hai conosciuto, band con cui hai suonato…

HG: Continuavo a cantare con Eric Delayne, insieme a Elkie Brooks (diventata poi famosa), anche se appena potevo facevo qualche gig di Blues o R&B.  Con l’Orchestra lavoravamo molto, guadagnavo bene, ma non avevo le soddisfazioni che mi aspettavo dalla musica. Molti musicisti mi facevano la corte, tra cui Alexis Korner che da tempo mi chiedeva di entrare a far parte della sua Blues Incorporated dove, dopo Cyril Davies, si erano alternati Long John Boldry e Ronnie Jones. Divenni quindi il cantante ufficiale della Band: un altro mondo! Con Eric si suonava nei teatri, nelle ball rooms, nelle basi militari. Con Alexis nei pubs e questo significava cachet molto differenti. Ma quanto era diversa la soddisfazione che provavo a cantare, finalmente, il Blues a tempo pieno! Con la Blues Incorporated si alternavano i musicisti che avrebbero fatto la storia della Musica inglese come Eric Clapton, Graham Bond, Paul Jones, Phil Seaman e una infinità di altri. Più tardi avrebbero suonato con la Band anche Mick Jagger e Robert Plant che ho avuto il piacere di rincontrare alcuni anni fa a Buxton in occasione del Primo Memorial Concert per Alexis Korner e, bontà sua, mi ha raccontato di essere stato un mio inguaribile fan. Giovanissimo, scappava di casa per venire ai miei concerti: anche ora ricordava ancora tutte le mie canzoni a memoria!!
Insomma, tutti i migliori musicisti inglesi, jazz, blues, pop di quel periodo passavano per la Blues Incorporated ed eravamo tutti entusiasti e pieni di ardore.
Contemporaneamente ad Alexis, suonavo anche con altri musicisti e molto  spesso con Chris Barber e la sua Traditional Jazz Orchestra. Con loro facevamo molte trasmissioni radiofoniche alla BBC.

SB: Per un certo periodo ti sei esibito con i Nightimers. Ti ricordi i nomi di qualcuno dei musicisti con cui hai suonato e che tipo di repertorio eseguivate? è vero che avete suonato come spalla di Otis Redding in Gran Bretagna? cosa ricordi di quel tour?

HG: Trascorsi circa tre anni con la Blues Incorporated, incontrai Mike Eve, saxofonista, fondatore e musicista della Band The Nightimers, già abbastanza famosa in Inghilterra. Divenni il loro cantante e la Band prese il nome di Herbie Goins and the Nightimers. Nel gruppo vi erano musicisti eccezionali, come John Mc Laughlin, Dave Moss, Graham Bond e tanti altri. A quei tempi i musicisti si alternavano molto spesso nei gruppi, essendo così vivace la scena musicale. Il nostro repertorio era Rhythm and Blues e Soul e in breve diventammo una delle band più famose in Gran Bretagna. Avevamo una marea di fans che ci seguivano dappertutto, soprattutto i Mods, per i quali mi dicono che io sia tuttora uno dei loro cantanti preferiti. I giovani Mods, intendo, non quelli dei miei tempi!  Cominciammo le nostre tournèe in Francia, Spagna e Germania. Io fui scritturato dalla EMI (il produttore era Norman Smith, che dopo di me produsse i Pink Floyd!) e con "Number One in Your Heart" (il nostro pezzo preferito tuttora dai Mods, insieme all’altro, "Cruising" scritto da J. Mc Laughlin) entrammo nelle classifiche dei dischi più venduti.
Posso senz’altro dire che quello con i Nightimers fu per me il periodo più entusiasmante di tutta la mia carriera e quello che mi ha dato più soddisfazioni personali e professionali.
Non abbiamo mai suonato come gruppo spalla di Otis Redding. Lui, in tournèe in Inghilterra frequentava tutti i locali (tutti facevamo così, famosi o meno eravamo tutti e solo musicisti!). Fu così che ci incontrammo in un posto e facemmo una davvero memorabile Jam session.
Jimi Hendrix, invece, ancora sconosciuto ai più, veniva tutti i lunedì al Blaises di Londra dove noi suonavamo, e ci chiedeva timidamente di fare qualche pezzo con noi. Ricordo che il mio chitarrista era molto preoccupato di come quel ragazzino trattasse la sua chitarra, quando Jimi le faceva fare tutti quegli strani movimenti!
Tanti i bei ricordi di quel periodo... davvero unico e irripetibile per la musica.

SB: Ma la storia non finisce qui perché negli anni 70 la leggenda narra che ti trovassi in tour in Italia dove sei rimasto alla ricerca degli strumenti rubati alla tua band… è solo una leggenda oppure è la realtà ?

HG: Vorrei tanto che fosse leggenda, ma invece è realtà. Devo dire che gli italiani non mi trattarono troppo bene all’inizio. Infatti fummo vittime di un primo furto a Molfetta e poi del furto di cui tu parli che è stato un episodio gravissimo. Eravamo partiti dall’Inghilterra per un tour che vedeva in Italia Herbie Goins and the Nightimers per circa sei mesi. Viaggiavamo con il nostro autobus (un 60 posti dove potevano viaggiare con noi collaboratori, mogli, fidanzate, ecc, con tutta la nostra strumentazione e i nostri bagagli: in quell’occasione viaggiavano con me mia moglie e i miei due bambini) ed eravamo arrivati in Sicilia, precisamente a Catania dove ci eravamo fermati qualche settimana. L’ultima sera avevamo caricato l’autobus  per partire per Torino il giorno dopo e lo avevamo lasciato in garage. Lì ci rubarono l’autobus con dentro tutta la nostra vita: gli strumenti e tutti i bagagli. Improvvisamente non avevamo più nulla, neanche per continuare a lavorare.  Dovemmo sospendere tutti i seguenti ingaggi. Naturalmente le Forze dell’Ordine fecero le loro ricerche, ma nella Sicilia di quegli anni le cose andavano diversamente. Fui contattato da un uomo che si diceva in grado di farci ritrovare le nostre cose ma, e per noi fu un trauma, fu trovato ucciso pochi giorni dopo. I musicisti tornarono in Inghilterra, mentre io mi trattenevo qui per vedere di risolvere qualcosa. Ed eccomi qui… ancora cercando di risolvere qualcosa…  Da allora i Nightimers sfortunamente si dispersero.

SB: Hai deciso quindi di stabilirti stabilmente in Italia, quali sono i motivi principali che ti hanno portato a questa scelta? Cosa ti è piaciuto di più del nostro paese?

HG: Dopo il furto, mi ritrovai a Roma: non so dirti perché non ripartii subito per l’Inghilterra, non ci fu un motivo vero e proprio per questa scelta.  Per la mia carriera tornare in Inghilterra sarebbe sicuramente stato meglio. In Italia subì inevitabilmente un grave arresto. Alcuni anni dopo alcuni giornali inglesi titolavano: "Che fine ha fatto Herbie Goins?" Ma rimasi qui, e, all’inizio faticosamente, ripresi la mia attività. L’Italia mi piaceva, Roma era bellissima, avevo trovato tanti amici…

SB: Puoi raccontarci qualche aneddoto dei tuoi primi tempi in Italia, quali sono i primi musicisti con cui sei venuto in contatto ?

HG: In Italia ho subito cercato di formare dei gruppi, con musicisti sia italiani che inglesi e americani. Poi per alcuni anni ho lavorato nelle discoteche, come cantante/disk Jockey o come Direttore Artistico in molti noti locali, per esempio in Sardegna, in Versilia, sulla Riviera Romagnola, a Bormio ecc. Devo dire che mi divertivo. Nel frattempo componevo dei brani per vari artisti e sigle radio-televisive.

SB: Con Guido Toffoletti, uno dei primi bluesman italiani, hai suonato sia in studio che dal vivo, come è nata questa collaborazione ?

HG: Guido, fan di Alexis Korner, aveva sentito dire che io vivevo in Italia, e fece di tutto per trovarmi. Venne a Roma, ci incontrammo in un locale e da qui nacque la nostra amicizia. Era un Guido giovanissimo malato di Blues, come fu d’altronde per tutta la vita. Dopo un po’ di tempo decise di  partire per l’Inghilterra e allora io lo indirizzai ad Alexis Korner, con cui strinse amicizia. Al suo rientro in Italia riuscì ad organizzare un concerto a Bologna in cui ci ritrovammo a cantare insieme, Alexis Korner ed io. Fu bello rincontrarsi.
Con Guido continuammo per anni una collaborazione, incidendo parecchi dischi insieme e facendo molti concerti in giro.  Fu forse proprio facendo questi concerti che decisi che era tempo di ritornare a tempo pieno sul palco.

SB: In Italia continui ad esibirti con varie band ed hai partecipato a diversi progetti discografici, vuoi raccontarci qualcosa di quelli più interessanti?

HG: Ricominciai quindi a cantare a tempo pieno, prima con varie band, e poi formando negli anni 80 la Herbie Goins and the Soultimers. E qui ricominciò di nuovo una bellissima avventura: i miei  musicisti erano davvero bravi e avevamo una grande voglia di musica. Erano ritornati anni belli per la musica dal vivo e in tutta Italia rifiorivano locali dove si faceva musica e festival del Blues. Abbiamo suonato anche molto all’estero: in Svizzera, in Spagna e in Inghilterra. Abbiamo lavorato davvero tanto e con tanta soddisfazione e abbiamo inciso alcuni CD.
Nel frattempo, e successivamente allo scioglimento del mio gruppo, ho collaborato anche con numerose altre Band, soprattutto con la Norman Beaker Blues Band con la quale negli anni ho fatto numerose tournèe in Inghilterra, e con varie band italiane: vogliamo citare la Jona’s Blues Band, tanto per fare un nome? 

SB: Un veterano del blues internazionale che tipo di impressioni ha dalla scena blues italiana, c’è qualche gruppo o artista che ti ha colpito ultimamente?

HG: Io penso che in Italia ci siano tanti gruppi, tanti musicisti e tanti cantanti veramente bravi, sulla scena Blues e altro,  che però vivono in un sottobosco e non hanno, perché non viene loro data, alcuna possibilita’ di emergere. Potrei citarne tantissimi ma non lo faccio per paura di dimenticarmi di altri altrettanto bravi. Purtroppo però, nel mondo musicale italiano, quello famoso, che vediamo in televisione, penso ci sia davvero ben poco che mi abbia colpito negli ultimi anni.

SB: Non sveliamo la tua età anagrafica ma, avendo suonato con te recentemente, sappiamo che quella musicale è ancora quella di un ragazzino, quindi chiudiamo l’intervista chiedendoti qualcosa sui tuoi progetti futuri?

HG: La mia età anagrafica la svelo io: 75 anni. E quindi non perdo tempo a fare progetti futuri, ma prendo e faccio solo quello che mi piace fare e che mi dà soddisfazione, tralasciando il resto. Recentemente ho fatto dei concerti con la Jona’s Blues Band, vecchi amici (certo non vecchi come me…) con i quali mi trovo sempre bene; collaboro con Mauro Zazzarini, il bravo saxofonista e la sua Band,  con il quale la prossima serata sarà il 19 luglio a Montalcino. Recentemente ho inciso addirittura un singolo – roba da discoteca!!! – con video: "You Got it Going Now", in cui mi sono divertito molto perché mi piace ancora giocare. Mettiamola così: se ci saranno cose buone da fare, io sarò sempre presente!


 

 

 


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